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	<title>re-volver</title>
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	<description>trimestrale indipendente di cultura</description>
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		<title>Un metalmeccanico a Gorkj Park &#8211; Intervista a Cristiano Della Bella</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Jul 2010 14:50:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Perché scrivi? Iniziò come un esigenza. Scrivevo canzoni sul genere punk e già lì era tossicodipendenza. Ho provato a smettere più volte, ma come diceva Bukowski la scrittura continua finché non muore in te o tu non muori. La scrittura è qualcosa di tuo, come un figlio. La scrittura rende materiale la propria capacità di sognare. <span id="more-2672"></span></p>
<p style="text-align: right;">a cura di Luca Torzolini</p>
<p style="text-align: left;"> </p>
<p><img class="alignleft size-medium wp-image-2674" title="OLYMPUS DIGITAL CAMERA" src="http://www.re-volver.it/wp-content/uploads/Intervista-a-Cristiano-Della-Bella-300x254.jpg" alt="" width="300" height="254" /></p>
<p><strong>Perché scrivi?</strong></p>
<p>Iniziò come un esigenza. Scrivevo canzoni sul genere punk e già lì era tossicodipendenza. Ho provato a smettere più volte, ma come diceva Bukowski la scrittura continua finché non muore in te o tu non muori. La scrittura è qualcosa di tuo, come un figlio. La scrittura rende materiale la propria capacità di sognare.</p>
<p><strong>Quali sono le patologie del nostro secolo?</strong></p>
<p>Dipende. Di quale secolo parli? Dal 1900 in avanti la patologia più grave da cui il mondo è affetto è l&#8217;uomo: l&#8217;umanità non ha mai imparato a convivere con la natura e con se stessa.</p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p><strong>Quanto contano le donne nella tua vita? E nella scrittura?</strong></p>
<p>In una donna ci vedo un opera d&#8217;arte. Un ritratto normalmente non è un bel quadro se non coglie qualcosa di particolare. La donna è un opera d&#8217;arte quando la sua bellezza viene amplificata da qualcosa che sta facendo: una camminata, un sorriso stupito, l&#8217;abnegazione nel proprio lavoro. Tutto questo si trasferisce nella mia arte; all’origine di tutte le volte che scrivo c&#8217;è sempre una donna, nel senso di musa ispiratrice. Mi piace pensare che sto raccontando storie alle donne come chi prende una chitarra vicino al falò estivo e canta Vasco Rossi.</p>
<p><img class="alignright size-medium wp-image-2675" title="Intervista a Cristiano Della Bella 2" src="http://www.re-volver.it/wp-content/uploads/Intervista-a-Cristiano-Della-Bella-2-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" /></p>
<p><strong>Qual&#8217;è il senso della vita?</strong></p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p>Ci hanno già provato i Monty Phyton e il risultato è stato un capolavoro cinematografico. Il senso della vita è viverla bene: essere sempre contenti di viverla.</p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p>Anche la tristezza può essere vissuta bene a volte. Come quando la tipa ti molla e per quanto sei arrabbiato sai che le emozioni che ti ha</p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p>lasciato quella particolare storia valgono anche solo per l&#8217;associazione fra un ricordo e il verso di una canzone.</p>
<p><strong>Che cos&#8217;è la morte?</strong></p>
<p>La morte è il tasto off. Si spegne tutto in tutti i sensi. Nel senso evolutivo l’uomo moderno ha vissuto migliaia di anni in un istante: sono arrivato qui e tutto il resto era stato già vissuto. Morirò e tutto continuerà. La stessa cosa avviene dal punto di vista sociale, quando si muore a livello interiore non ci si accorge più delle emozioni che ci passano vicino. La morte rende bella la vita perchè è in contraddizione. Senza la morte si potrebbe sprecare il tempo senza remore.</p>
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		<title>Espressione della mia identità &#8211; Intervista a Dusha Photographer</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Jul 2010 14:39:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Non amo creare l&#8217;immagine, non voglio set o pose, tutto deve seguire il proprio corso vitale senza mie interferenze. Una caratteristica che mi rappresenta e che da, forse, l&#8217;idea di ciò che faccio è il totale rifiuto di &#8220;studiare fotografia&#8221;. Niente scuole, corsi o lezioni private. Con tutto il rispetto per i grandi artisti del passato comunque presi in considerazione. Agisco in modo personale e quasi istintivo.<br />
<span id="more-2664"></span></p>
<p style="text-align: right;">a cura di Luca Torzolini</p>
<p style="text-align: right;">(foto di Dusha)</p>
<p style="text-align: left;"> </p>
<p><img src="http://www.re-volver.it/wp-content/uploads/Intervista-a-Dusha-225x300.jpg" alt="" title="Intervista a Dusha" width="225" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-2666" /></p>
<p><strong>In che modo e per quale motivo ti sei avvicinata all&#8217;arte della fotografia?</strong></p>
<p>Ho iniziato tutto per gioco, inconsapevole di ciò che stessi realmente facendo. Era un’azione spontanea. Mi creava un particolare tipo di sensazioni il “click” della macchina fotografica; catturare la mia visione delle cose e osservarla. Inizialmente fotografavo per il puro gusto di racchiudere gli attimi sulla pellicola; ma man mano che diventavo cosciente di ciò che facevo, di come lo facevo, ho traslato la mia attenzione verso soggetti del tutto differenti. Prima la scena dei miei lavori era dominata da figure umane; ora sono presa quasi esclusivamente dalle trasformazioni della natura, con particolare attenzione ai paesaggi, e dalla vita quotidiana: oggetti, attimi di vite altrui, inconsapevoli di essere inquadrati dalla mia macchina. Non amo creare l&#8217;immagine, non voglio set o pose, tutto deve seguire il proprio corso vitale senza mie interferenze. Una caratteristica che mi rappresenta e che da, forse, l&#8217;idea di ciò che faccio è il totale rifiuto di &#8220;studiare fotografia&#8221;. Niente scuole, corsi o lezioni private. Alcun manuale su come fotografare. Con tutto il rispetto per i grandi artisti del passato comunque presi in considerazione. Nessuno può insegnarmi a esprimere le emozioni. Agisco in modo personale e quasi istintivo.</p>
<p><strong>Assistiamo oggi come oggi a un utilizzo puramente estetico dell&#8217;immagine. I fotografi moderni tendono sempre più a stupire il pubblico senza che vi sia un vero messaggio dietro ogni foto, o addirittura, come possiamo vedere dagli scatti dei grandi maestri della fotografia tipo Diane Arbus o Robert Frank, una vera e propria ricerca. Qual è il messaggio che ti proponi di dare al pubblico con le tue foto? Limiti per ora la ricerca a un&#8217;evoluzione tecnica o hai già in mente la strada che intendi percorrere?</strong></p>
<p>Un messaggio unico per quanto mi riguarda non esiste. Tutte le mie fotografie arrivano a ogni singolo soggetto del pubblico che le interpreta in maniera personale. Non voglio che le persone debbano restare inchiodate di fronte alle immagini per comprendere il mio pensiero; vorrei piuttosto che tutti facessero considerazioni proprie, mettendo in funzione la mente e viaggiando “nella” foto mediante la propria vita personale, non la mia! Non chiedo agli altri di capirmi o cogliere un&#8217;emozione determinata. Ognuno può trovare all&#8217;interno delle mie immagini ciò che desidera vedere: questo è il compito di chi osserva! E&#8217; una strada senza una destinazione predefinita. Non è fissata, per mia scelta. Non voglio creare un percorso da seguire, piuttosto opto per il dare vita alla strada stessa che percorro passo per passo assieme alla mia crescita. Lo stesso vale per l&#8217;evoluzione tecnica: prosegue parallelamente alla mia quotidiana trasformazione. Essendo io una persona istintiva non programmo nulla, sono consapevole di poter capovolgere tutto in pochi secondi; inutile quindi perder tempo a progettare il domani.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><img src="http://www.re-volver.it/wp-content/uploads/Intervista-a-Dusha-3-225x300.jpg" alt="" title="Intervista a Dusha 3" width="225" height="300" class="alignright size-medium wp-image-2667" /></p>
<p><strong>Che differenza c’è secondo te tra pittura e fotografia?</strong></p>
<p>Vedo la pittura come un modo più singolare, e in un certo senso &#8220;caldo&#8221;, di rappresentare ciò che si vede o si immagina. E&#8217; un lavoro puramente manuale. Si realizza l&#8217;opera con le proprie mani ed è secondo me un ponte più vicino all&#8217;interiorità dell&#8217;individuo. La fotografia invece nasce grazie alle macchine, al progresso. Questo raffredda l&#8217;opera a priori. La &#8220;macchina&#8221; in sé distrugge lo stretto legame tra mente e corpo. Per di più nel quadro è possibile concepire l&#8217;infinito, la propria immaginazione, le proprie idee anche del tutto astratte. Mentre una fotografia cattura comunque qualcosa di concreto.<strong> </strong></p>
<p><strong>Nelle tue opere si nota un grande amore per le simmetrie e la tendenza a ricercare una forma geometrica particolare. Quanto credi sia importante rispettare &#8220;le linee&#8221; e &#8220;le forme&#8221; al fine di ottenere una fotografia valida?</strong></p>
<p>Ricercare e rispettare. Io non seguo nessuno schema, nessuna logica, o almeno non lo faccio con lucidità. Ciò che creo è dettato dalla mia mente e dai miei occhi; è un&#8217;evoluzione personale. Non mi pongo il dovere di obbedire a un qualunque schema. Amo tuttavia le forme e le linee che quindi cerco spontaneamente. Non vuol dire però che una fotografia sia scadente senza questi parametri.</p>
<p><img src="http://www.re-volver.it/wp-content/uploads/Intervista-a-Dusha-2-225x300.jpg" alt="" title="Intervista a Dusha 2" width="225" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-2668" /></p>
<p><strong>Sperimentazione o regole accademiche?</strong></p>
<p>Sperimentazione sempre e comunque. Come ho già detto in precedenza non studio la fotografia, creo uno stile personale dettato esclusivamente dalla mia natura. Qualsiasi opera deve essere lo specchio dell’artista, senza interventi esterni.</p>
<p><strong>Che rilevanza dai all&#8217;illuminazione?</strong></p>
<p>La luce è fondamentale in una foto, credo sia l&#8217;elemento che le da vita. Bisogna però saperla sfruttare al meglio per i propri intenti. Prediligo i forti contrasti tra luce e ombra, le quali delineano e sopratutto risaltano i soggetti che vado a fotografare.</p>
<p><strong>Quanto è influente l&#8217;uso di <em>Photoshop</em> o di altri programmi che modificano i valori dell&#8217;immagine per un fotografo del ventunesimo secolo?</strong></p>
<p>Diciamoci la verità, oramai la maggior parte dei fotografi modifica i propri lavori con metodi digitali; il che, in fondo, non sarebbe un male se si limitassero esclusivamente a &#8220;ritoccarla&#8221; e non ad alterarla del tutto. Questo è però un discorso complesso dato che dipende da ciò che si vuole ottenere. Per esempio rappresentando una persona, un volto, penso sia sbagliato manipolarne l&#8217;immagine, con ritocchi per di più, a mio parere, insensati. Preferisco l&#8217;autenticità della foto; faccio uso di programmi per mutare i miei lavori, ma per lo più modifico i colori ed i contrasti senza manomettere il contenuto.</p>
<p><strong>Quali sono i tuoi progetti futuri?</strong></p>
<p>Da quando mi sono trasferita a Londra le opportunità si sono allargate a vista d&#8217;occhio. Il passaggio da una piccola cittadina come quella di Alba Adriatica a una metropoli ha giovato  considerevolmente alla mia vita, dandomi una marcia in più nel mondo della fotografia. Il mio progetto attuale riguarda appunto Londra, sto raccogliendo immagini della città soffermandomi su determinati luoghi e persone. Prossimamente ho in programma delle esposizioni dei miei lavori nelle strade di Soho. Nel futuro chi lo sa? Sono imprevedibile in ogni caso!</p>
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		<title>Entre los otros – Intervista a El Drama</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Jul 2010 14:29:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Libero, semplice e diretto come una freccia che punta il suo bersaglio. Così si presenta Valentino conosciuto negli ambienti hip-hop con lo pseudonimo El Drama. Dopo aver fatto le presentazioni rituali decidiamo di buttare giù l’intervista davanti una tazza di caffè e ci dirigiamo al primo bar nelle vicinanze.<br />
 <span id="more-2655"></span></p>
<p style="text-align: right;">a cura di Cesare Del Ferro</p>
<p style="text-align: left;"> </p>
<p><img class="alignleft size-medium wp-image-2658" title="Intervista a El Drama 2" src="http://www.re-volver.it/wp-content/uploads/Intervista-a-El-Drama-2-201x300.jpg" alt="" width="201" height="300" /></p>
<p>Libero, semplice e diretto come una freccia che punta il suo bersaglio. Così si presenta <strong>Valentino</strong> conosciuto negli ambienti hip-hop con lo pseudonimo <strong>El Drama</strong>. Dopo aver fatto le presentazioni rituali decidiamo di buttare giù l’intervista davanti una tazza di caffè e ci dirigiamo al primo bar nelle vicinanze.</p>
<p>Schietto e sincero, ci comunica subito le sue origini italo-americane ostentate con fierezza come il suo tatuaggio, simbolo del proprio credo musicale. Facciamo due chiacchiere per capire la sua storia e il suo arrivo alla musica nelle vesti di <em>mc</em> e, cosa sorprendente per i suoi 20 anni, produttore. È un percorso iniziato dal 1998, nel Bronx (New York) negli anni in cui il <em>free-style</em> era vivo, fresco e non ancora corrotto dal sistema. Quando il celebre <em>8 mile</em> (quartiere natio di <strong>Eminem</strong> e da lui celebrato nell’omonimo film) era vivo…</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Parlaci di come è nato il gruppo De Los Organismo mc, e del vostro primo album.. </strong></p>
<p>Il gruppo nasce nel 1999-2001 formato da <strong>El Drama</strong>, <strong>Dj On6</strong>, <strong>Boss</strong> e <strong>El Pastol</strong>. All’inizio ci muovevamo sulla scena underground, quando ancora non era attiva. Abbiamo infatti il merito di aver lanciato il <em>free-style</em> in America Latina. In seguito siamo maturati molto: abbiamo avuto una collaborazione con i <strong>Los Violadores Del Verso</strong> (famoso gruppo hip-hop spagnolo) e diversi contest sempre in America Latina. Comunque, l’album parla della nostra storia: fatti  reali, eventi accaduti, persone conosciute&#8230; e penso a <em>Pirulo</em>, <em>Zona restringita</em>&#8230;</p>
<p><strong>Pensi che il tuo modo di cantare ricalchi un po’ lo stile di “Fresh Prince” alias Will Smith?</strong></p>
<p><strong>Will Smith</strong> è sempre stato il mio idolo: con i suoi inizi da giovanissimo negli ambienti rap, molto prima di <em>Willy, Il principe di Bel-air</em>, il telefilm che lo fece conoscere al mondo. M’identifico molto con lui. E poi non dimentichiamo la sonora batosta che diede ai rapper dell’epoca insegnadogli che l’essere uomini di strada non è solo sangue e morte, ma anche sapersi adeguare a tutte le situazioni.</p>
<p><strong>Meglio l’hip hop italiano o quello dominicano?</strong></p>
<p><img class="alignright size-medium wp-image-2659" title="Intervista a El Drama 3" src="http://www.re-volver.it/wp-content/uploads/Intervista-a-El-Drama-3-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" /></p>
<p>Scegliere mi resta difficile: ogni scuola ha i suoi pregi e i suoi difetti. La scuola italiana vanta una maggiore anzianità con artisti del calibro di <strong>Kaos</strong>, <strong>Neffa</strong>, <strong>Dj Gruff</strong>, <strong>Dj Schokka</strong>, <strong>Sacre Scuole</strong> ma considero una marcia in più l’essere <em>black</em> perché è un’ideologia che sento profondamente, oltre l’affetto che provo per la mia nazione di origine. L’unica pecca dell’hip-hop italiano è che l’italiano è una lingua poco diffusa nel mondo, al contrario dello spagnolo e dell’inglese.</p>
<p><strong>Molte volte troviamo sia nelle parole sia nelle sonorità hip hop vari concetti <em>politically incorrect</em> legati al modo di vivere dei singoli artisti. </strong></p>
<p><strong>Trovi che ciò possa rispecchiare le ideologie legate al mondo <em>gangsta</em>?</strong></p>
<p>L’hip-hop <em>gangsta</em> è nato intorno a quella vita, quindi per forza rispecchia le vite dei loro cantanti: come hanno vissuto, cosa hanno provato e come ne sono usciti. Famosa in questo senso è l’esperienza di <strong>50cent</strong> e del suo album d’esordio <em>Get rich or die trying</em>, in</p>
<p><img class="alignleft size-medium wp-image-2660" title="OLYMPUS DIGITAL CAMERA" src="http://www.re-volver.it/wp-content/uploads/Intervista-a-El-Drama-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></p>
<p>cui racconta di come uccise suo padre. Se penso all’epoca in cui vivevamo nello stesso quartiere… ancora mi mordo i gomiti!!!</p>
<p><strong>Per quanto riguarda i vostri progetti futuri?</strong></p>
<p>In futuro ci piacerebbe esportare il contest amerindo America libre (il maggiore del subcontinente) anche in Europa, non solo come evento musicale ma più come esempio culturale innovativo, un sound e una voice che vogliono unirsi a chi li ascolta. Vorremmo inoltre sbarcare musicalmente negli States: ci darebbe una mano in questo senso i vasti agganci per quanto riguarda la scena ispanica a New York. Vorremmo far conoscere le condizioni di qu</p>
<p>elli che dalle nostre parti sono chiamati “Ciudadano zero”: delinquenza, fame, abitazioni inabitabili e tanta voglia di cambiare la propria condizione sociale e umana.</p>
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		<title>The Betty Poison Factory &#8211; Intervista a Marco Baroni</title>
		<link>http://www.re-volver.it/?p=2649</link>
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		<pubDate>Fri, 30 Jul 2010 14:18:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<br />
<b>Warning</b>:  call_user_func_array() [<a href='function.call-user-func-array'>function.call-user-func-array</a>]: First argument is expected to be a valid callback, 'Array' was given in <b>/home/mhd-01/www.re-volver.it/htdocs/wp-includes/plugin.php</b> on line <b>166</b><br />
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Come è nata l&#8217;idea del documentario sui Betty Poison? Il tutto è nato con un semplice scambio di idee tra me e Lucia nel gennaio del 2009. Inizialmente eravamo orientati per un video live, ma in seguito abbiamo deciso di realizzare un documentario: quando Lucia me lo ha proposto, ho accettato senza esitare un istante.<span id="more-2649"></span></p>
<p style="text-align: right;">a cura di Betty L’innocente</p>
<p style="text-align: left;"> </p>
<p><img src="http://www.re-volver.it/wp-content/uploads/Intervista-a-Marco-Baroni-2-211x300.jpg" alt="" title="Intervista a Marco Baroni 2" width="211" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-2651" /></p>
<p><strong>Chi sei e che cosa fai? Parlaci di te.</strong><br />
 Sono nato nel 1981, nel 2002 mi sono diplomato come ragioniere e perito commerciale. Nel 2006 ho frequentato un corso di produzione cinematografica organizzato da Cinecittà Formazione e nel 2007 ho iniziato un corso di regia/messa in scena. Dal 2008, terminato il corso, ho collaborato con diverse società di produzioni come la GL Audio Video, Music Box (Sky) e Tecnomovie.</p>
<p> <strong>Come è nata la tua passione per il cinema?<br />
 </strong>E&#8217; iniziato tutto per gioco nell&#8217;estate del 2005. Armato di una piccola telecamera, io, insieme a dei miei amici, decidemmo di girare delle parodie, tra le quali: <em>E&#8217; ora di pranzo sta iniziano Bruttiful</em>, <em>La signora in Yellow</em>, <em>Wondere Woman</em> e molti altri. Da quel momento in poi non mi sono più fermato, e il gioco è diventato professione.</p>
<p> <strong>Quali sono i tuoi punti di riferimento riguardo la settima arte?<br />
 </strong>Quentin Tarantino, Sofia Coppola, Tim Burton, Stanley Kubrick, Steven Spielberg, Mel Brooks, Sam Raimi, Wes Craven, George Lucas, Jean-Pierre Jeunet, George A. Romero, Woody Allen, Danny Boyle, James Cameron, Wachowski brothers, Jaume Balaguer˜, Paul W.S. Anderson, Peter Jackson, Daniel Myrick &amp; Eduardo Sanchez, Federico Fellini, Pier Paolo Pasolini, Paolo Virzi, Carlo Verdone (di una volta) &#8230;Bastano?</p>
<p> <strong>Quali sono i lavori che hai realizzato? Che tipo di narrazione per immagini prediligi e perché?<br />
 </strong>Dal 2005 ad oggi ho diretto cortometraggi, video musicali e documentari. Tra tutti questi uno dei più significativi è stato &#8220;Intervista con il mostro&#8221;, cortometraggio realizzato nel 2006 per il contest &#8220;Frankenstein Junior &#8211; Crea il tuo mostro&#8221;, organizzato da 20th Century Fox Home Entertainment Italia che è stato selezionato ed inserito nei contenuti speciali del DVD &#8220;Frankenstein Junior Italian Fans Edition&#8221;. Inoltre nel 2008 è stato distribuito da R.I.F.F. (Roma Indipendent Film Festival). Comunque tra i tre tipi di narrazione per immagini con cui ho avuto modo di esprimermi quello che amo di più è sicuramente il video musicale.<strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><img src="http://www.re-volver.it/wp-content/uploads/Intervista-a-Marco-Baroni-212x300.jpg" alt="" title="Intervista a Marco Baroni" width="212" height="300" class="alignright size-medium wp-image-2652" /></p>
<p><strong>Come è nata l&#8217;idea del documentario sui Betty Poison?<br />
 </strong>Il tutto è nato con un semplice scambio di idee tra me e Lucia nel gennaio del 2009. Inizialmente eravamo orientati per un video live, ma in seguito abbiamo deciso di realizzare un documentario: quando Lucia me lo ha proposto, ho accettato senza esitare un istante. Dopo aver scritto il soggetto ho presentato l&#8217;idea ad una mia collega, nonché grandissima amica, Luisa De Simone della GL AudioVideo, che entusiasta quanto me, ha accettato di coprodurlo.</p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p><strong>Parlami del mondo dei Betty Poison,un vero e proprio Dantesco&#8221;itinerarium mentis in deum&#8221;.</strong><br />
 E&#8217; un mondo che adoro. Da quando li ho conosciuti ho capito il vero significato di parole che prima erano per me incompresnsibili: affetto, amicizia, onestà, rispetto, educazione, professionalità, intelligenza e molto altro ancora. L&#8217;aspetto ancora più affascinante è che intorno ai Betty ci sono altre persone fantastiche quanto loro, come Angela Fiore di Annozerolive Events, i Luminal, Stefania Imperatori, i Pandora, i Madkin e tantissimi altri. Una vera è propria factory in continua espansione.</p>
<p><strong>Cosa pensi degli ultimi.dei reietti,dei diseredati?<br />
 </strong>Penso che con tanta onestà e determinazione, prima o poi gli ultimi saranno i primi, i reietti si integreranno e i diseredati saranno privilegiati. Purtroppo nel nostro paese l&#8217;italiano medio è la &#8220;creatura&#8221; del politico, quindi vige la legge del più furbo su qualsiasi campo. Non resta altro che stringere i denti, andare avanti, restando in guardia sempre a testa alta.</p>
<p><strong>Qual&#8217;è l&#8217;allucinazione che ti affascina maggiormente?<br />
 </strong>Io convivo quotidianamente con varie allucinazioni, da quando mi sveglio fino a prima di addormentarmi, ma se devo essere sincero la maggior parte sono tutto tranne che affascinanti.</p>
<p><strong>Trovi che i B.P. siano dei visionari o trovi che le loro visioni siano arte dei suoni?<br />
 </strong>Personalmente io non li definisco visionari, ma realisti. E&#8217; come mi disse una volta Alessandra Perna dei Luminal: &#8220;se dovessimo paragonare i Betty Poison ad un artista, quello sarebbe sicuramente Pier Paolo Pasolini&#8221;.</p>
<p>
 <strong>Tu,i Pandora, i B,p. quale weltanschauung vi lega?<br />
 </strong>Due cose ci legano sicuramente: l&#8217;amore per la musica e il disprezzo verso le istituzioni pedo-nazi-religiose.</p>
<p><strong>Progetti futuri?<br />
 </strong>In pentola bollono molte cose, tra cui video musicali e il soggetto di un nuovo cortometraggio, ma per ora non posso dire altro&#8230;</p>
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		<title>Scavando negli uomini con un pennello &#8211; Intervista a Luca Ianni</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Jul 2010 14:07:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<br />
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Cosa ti spinge a dipingere?<br />
 Non so cosa mi spinge a farlo esattamente. È un impulso. Una ricerca che parte dai volti a me familiari offerenti un’espressione interessante. Credo si tratti di curiosità.<br />
 <span id="more-2638"></span></p>
<p style="text-align: right;">a cura di Luca Torzolini</p>
<p style="text-align: right;">(foto di Luca Torzolini)</p>
<p style="text-align: left;"> </p>
<p><img class="size-medium wp-image-2640 alignleft" title="Intervista a Luca Ianni" src="http://www.re-volver.it/wp-content/uploads/Intervista-a-Luca-Ianni-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></p>
<p><strong>Cosa ti spinge a dipingere?</strong></p>
<p>Non so cosa mi spinge a farlo esattamente. È un impulso. Una ricerca che parte dai volti a me familiari offerenti un’espressione interessante. Credo si tratti di curiosità.</p>
<p><strong>È semplice notare nelle tue opere un’ossessione per i primi piani del viso. Cosa ci trovi nel volto di così interessante?</strong></p>
<p>Partire dalle linee di un viso o da un’espressione non canonica è un motivo di ricerca, un tentativo di scavare tra le rughe di quel volto alla scoperta di un “io” nascosto. Oltre quell’io che sembra, verso qualcosa che è.</p>
<p><img class="alignright size-medium wp-image-2641" title="Intervista a Luca Ianni 3" src="http://www.re-volver.it/wp-content/uploads/Intervista-a-Luca-Ianni-3-199x300.jpg" alt="" width="199" height="300" /></p>
<p><strong>Quali regole segui?</strong></p>
<p>Le mie, anzi, le regole della mano. Una mano curiosa di indagare nelle intimità sessuali della tela. Non mi precludo niente durante il processo cercando di arrivare a qualcosa, anche se non ho ben chiaro quello che sta per arrivare. E quando mi accorgo di voler fare qualcosa io stesso, ecco che il disegno è già finito e in realtà non posso fare più nulla.</p>
<p><strong>La scelta dei colori su cosa si basa?</strong></p>
<p>Parto da un’immagine quando inizio a pitturare la tela, quindi la scelta è sicuramente condizionata dall’immagine di partenza. Differenti scelte cromatiche sono effettuate al solo fine di una ricerca estetica.</p>
<p><strong>Spiegaci il processo attraverso il quale giungi alla conclusione del dipinto.</strong></p>
<p>Quello che cerco si limita a un equilibrio formale, però, alla fine, tutte le idee che vengono durante l’atto del dipingere sono comunque di natura diversa tra di loro e nel ritratto finale di solito collimano gran parte delle idee avute durante il processo. Bisogna valutare tutte le idee che sono arrivate, ma più spesso è necessario aspettare che l’idea, tramite un processo di simbiosi con l’immagine mentale, venga distillata per dare origine ad un volto vivo. A quel punto sarà lui a guardare me.</p>
<p><strong><img class="alignleft size-medium wp-image-2642" title="Intervista a Luca Ianni 2" src="http://www.re-volver.it/wp-content/uploads/Intervista-a-Luca-Ianni-2-199x300.jpg" alt="" width="199" height="300" /></strong><strong>Uno dei tuoi quadri si chiama “Shoes”. Perché raffigurare un paio di scarpe?</strong></p>
<p>Avevo due scarpe lanciate in camera, in disuso. La tela mi guardava, appoggiata sul cavalletto. Mi piaceva in quel momento raffigurare quelle scarpe. In realtà, non ci ho nemmeno pensato troppo.</p>
<p><strong>Si evince l’abbozzo di uno stile dalle grandi pennellate che utilizza richiami sensoriali evidenti. A quali grandi maestri del passato t’ispiri?</strong></p>
<p>Sicuramente c’è qualcosa che ho assorbito dai grandi maestri dell’arte, magari anche inconsapevolmente. Ma non me frega un cazzo. A volte la pennellata è uno sfogo e comunque la pennellata grande, o un’esecuzione di questo tipo, è più che altro una caratteristica personale. È una pennellata più veloce, istantanea, non troppo controllata dal pensare, in grado di esprimere un’emotività diretta.</p>
<p><strong>Perché non ti mobiliti per fare mostre o partecipare a eventi? Qual è il vero motivo della tua apatia nei confronti del mondo artistico moderno?</strong></p>
<p>Per il momento non avrei neanche fatto quest’intervista. Non m’interessa fare niente, faccio ciò che faccio di solito. Il discorso di partecipare a mostre o far parte di un gruppo militante di artisti è un discorso ultimo, qualcosa di secondario. Prediligo la ricerca, per ora.</p>
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		<title>L&#8217;uomo più saccente del mondo &#8211; Intervista a Stefano Tassoni</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Jul 2010 13:46:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[metafisica]]></category>
		<category><![CDATA[Stefano Tassoni]]></category>

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		<description><![CDATA[<br />
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Cosa vuoi fare nella vita?<br />
 Mi piacerebbe saperlo. E infatti lo so. Evolvendo nel volgare il verbo latino “sapio” (= io so), come in tutti i casi in cui una parola latina evolve, sono possibili due soluzioni: una dotta per cui “sapio” da “sapienza”, l’altra popolare per cui “sapio” evolve in “saccio”. È semplicemente l’evoluzione del nesso consonantico P+J che se non può modificarsi rimane invariato.<br />
 <span id="more-2623"></span></p>
<p style="text-align: right;">a cura di Luca Torzolini</p>
<p style="text-align: right;">(foto di Luca Torzolini)</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><img class="alignleft size-medium wp-image-2629" title="L'uomo più saccente del mondo" src="http://www.re-volver.it/wp-content/uploads/Luomo-più-saccente-del-mondo-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></p>
<p><strong>Chi ti credi di essere? </strong></p>
<p>Innanzitutto io non mi credo, nel senso che non credo a me stesso, ma so per esperienza di essere un buon affabulatore, quindi la domanda non è &#8220;chi ti credi di essere&#8221; ma &#8220;chi gli altri credano io sia”.</p>
<p>Vedi Lu&#8217;, quando ormai si è etichettati non se ne può più uscire, per questo qualunque cosa faccia, trasuderà sempre cultura ad occhi altrui. Forse sono la plurisecolare e imperitura anima di Socrate, secondo la ben nota teoria della metempsicosi.</p>
<p><strong>Come è possibile riconoscere l&#8217;uomo più saccente al mondo? </strong></p>
<p>Lo sapevi che nell&#8217;antica Roma i riti matrimoniali si celebravano con la formula &#8220;Ubi tu gaius, ego te gaia&#8221;?</p>
<p><strong>Perché utilizzi spesso termini linguistici quasi proibiti alla maggior parte della popolazione? </strong></p>
<p>Per diffondere il loro utilizzo tra l&#8217;enorme massa degli ignoranti, dalla quale strisciando carponi sono assurto come un verme, il <em>Verme Conquistatore</em> di Poe.</p>
<p><strong>Che valore ha per te l&#8217;estetica? </strong></p>
<p>È semplicemente il plus valore nell&#8217;operato di un artista.</p>
<p><strong>È vero che <em>l&#8217;Hypnerotomachia poliphilii</em> è stata scritta da Francesco Colonna e che con quest’opera ha lanciato il genere che sarà poi definito dalla critica polifilesco? </strong></p>
<p>Tu l&#8217;hai detto, come disse Gesù Cristo a Kaifa durante il proprio processo.</p>
<p><strong>Cos&#8217;è che ti manca? </strong></p>
<p>La proprietà ignifuga, metaforicamente parlando e, in virtù di tale registro, ricorda che previa argomentazione posso darle il significato che voglio.</p>
<p><strong>Cosa ti porteresti in un&#8217;isola deserta? </strong></p>
<p>Te.</p>
<p><strong>Perché?</strong></p>
<p>Per il piacere di aver tabula rasa su cui scrivere qualunque cosa, magari una brutta copia di una lista della spesa che ovviamente, essendo su di un’isola deserta, non potrà mai evolvere a bella copia, mancando il supermercato.</p>
<p><strong>Una ricetta per migliorare il paese? </strong></p>
<p>In padella a fuoco lento.</p>
<p><strong>Ci fa una domanda? </strong></p>
<p>Da dove comiciare?</p>
<p><strong>Che consigli daresti ad un giovane che volesse diventare saccente? </strong></p>
<p>Classici, classici, classici.</p>
<p><strong>Qual è il classico dei classici? </strong></p>
<p>In realtà potrei rispondervi, prendendovi per culo tutti, un qualunque iperonimo letterario.</p>
<p><strong>Chi sono i tuoi maestri? </strong></p>
<p>Non ho maestri e in questo modo posso alludere al fatto che tutti potrebbero essere miei maestri. In filosofia il Tutto e il Nulla si equivalgono e analogamente il discorso può essere trasposto al Tutti e Nessuno.</p>
<p><strong>Perché hai tanti problemi di dizione se sei così saccente? </strong></p>
<p>Perché per quante cose so, so che le cose non dette posso essere intese. O meglio, mi si accavalla la lingua.</p>
<p><strong>Cosa c&#8217;è di sbagliato nei modi di dire? </strong></p>
<p>&#8220;Il sole sorge&#8221;. Sono 2000 anni che dicono così mentre si sa benissimo che il sole è fermo. Colpa dei modi di dire.</p>
<p><strong>Cosa vuoi fare nella vita? </strong></p>
<p><img class="alignright size-medium wp-image-2631" title="L'uomo più saccente del mondo 2" src="http://www.re-volver.it/wp-content/uploads/Luomo-più-saccente-del-mondo-2-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></p>
<p>Mi piacerebbe saperlo. E infatti lo so. Evolvendo nel volgare il verbo latino “sapio” (= io so), come in tutti i casi in cui una parola latina evolve, sono possibili due soluzioni: una dotta per cui “sapio” da “sapienza”, l’altra popolare per cui “sapio” evolve in “saccio”. È semplicemente l’evoluzione del nesso consonantico P+J che se non può modificarsi rimane invariato. Da qui inutile spiegarvi cosa voglia fare nella vita, no?</p>
<p><strong>Perché sei misantropo? </strong></p>
<p>Perché, come scritto nell’ <em>Heautontimorumenos</em> “Homo sum nihil umanum a me alienum puto”, e conoscendolo in parte già so che conoscerò qualcosa che mi farà sempre più</p>
<p>schifo.</p>
<p><strong>Se il genio della lampada volesse esaudire un tuo desiderio, che vorresti? </strong></p>
<p>Vorrei sapere perché voglia esaudirlo. Quale oscuro motivo potrebbe mai indurre un’essenza ectoplasmatica a occuparsi dei miei desideri? C’è sicuramente qualcosa sotto…</p>
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		<title>Illusioni infrante in una mattina come un&#8217;altra</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Jul 2010 13:45:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Hanry Menphis]]></category>
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		<description><![CDATA[<br />
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Mr. Flurry quella mattina si svegliò molto presto, come sempre. Era ogni giorno il primo a recarsi al lavoro, lui teneva più di chiunque altro alla sua fabbrica.<br />
Considerato da tutti un grand&#8217;uomo, Mr. Flurry lavorava insieme agli altri operai, nonostante la sua attività gli garantisse un reddito da sceicco. Aveva un unico grande vizio: le prostitute.<br />
<span id="more-2678"></span></p>
<p style="text-align: right;">di Hanry menphis</p>
<p style="text-align: left;"> </p>
<p>Mr. Flurry quella mattina si svegliò molto presto, come sempre. Era ogni giorno il primo a recarsi al lavoro, lui teneva più di chiunque altro alla sua fabbrica.</p>
<p>Considerato da tutti un grand&#8217;uomo, Mr. Flurry lavorava insieme agli altri operai, nonostante la sua attività gli garantisse un reddito da sceicco. Aveva un unico grande vizio: le prostitute. Ma questo passava in secondo piano per l&#8217;opinione pubblica, a maggior ragione dopo che in Italia le perversioni di politici e uomini di chiesa erano state sfruttate dalla televisione, per cercare di enfatizzare la ormai discendente parabola che vedeva il popolo italiano come uno dei più virili al mondo.</p>
<p>Difatti, prima di raggiungere l&#8217;imponente struttura costruita da suo nonno con immani fatiche, si recò nel cosiddetto &#8220;quadrilatero delle puttane&#8221;. Scelse la più giovane, Nadine, una cecoslovacca di 19 anni. Lei salì sulla scintillante Bentley con entusiasmo, era la prima volta che vedeva un cliente così facoltoso, per lo meno all&#8217;apparenza. Lui era sempre molto cordiale con le ragazze che sceglieva, le offrì la colazione in un bar di lusso e poi la portò alla fabbrica.</p>
<p>Quando entrarono nel suo ufficio e fece per spogliarsi Mr. Flurry la bloccò.</p>
<p>- Aspetta &#8211; le disse &#8211; devo accendere le macchine prima che arrivino gli altri operai. Tu fai come se fossi a casa tua. -</p>
<p>Così dicendo uscì dalla stanza socchiudendo la porta. Nadine si sedette sulla comoda poltrona in pelle posta dietro la scrivania, lasciandosi sfuggire un gridolino di gioia di fronte a quella parvenza di lusso che per un attimo le sembrò appartenere. Poi l&#8217;occhio le cadde su un mucchio di volantini poggiati sopra un vecchio mobile, ad un angolo dell&#8217;ufficio. &#8220;MANGIMI PER MAIALI FLURRY &#8211; TENIAMO ALLA QUALITA&#8217; PIU&#8217; DI QUALSIASI ALTRA COSA&#8221;. Così diceva la brochure, con un suino sorridente che mangiava con il cucchiaino da una ciotola d&#8217;oro. La ragazza lesse distrattamente quel volantino pubblicitario, poi fu colta da improvvisa euforia quando vide al muro la foto di Audrey Hepburn. Era da sempre stata la sua attrice preferita; ricordò quando era bambina, e sua madre le fece vedere per la prima volta &#8220;Colazione da Tiffany&#8221;. Ricordò anche che quella notte sognò di essere Holly, seduta sul davanzale della finestra a cantare Moon River, mentre un innamorato George Peppard la guardava incantato. Poi le mani di suo padre su di lei, come sempre.</p>
<p>Distolse subito la mente da quell&#8217;orrido pensiero, ma in fondo, cos&#8217;era cambiato? Magari a volte era qualcuno di gentile e affascinante come Mr. Flurry a possedere il suo corpo. C&#8217;era davvero tanta differenza? Eppure Nadine era felice. Sapeva di non potersi aspettare di meglio se non avesse incontrato un giorno chi sarebbe stato in grado di portarla via da quel mondo così squallido e televisivo. Ma era una vacua speranza, sapeva anche questo.</p>
<p>Nonostante questa malinconia non smise di sorridere, abituata com&#8217;era a godere di ogni momento piacevole delle sue giornate. Ora, si trovava in uno sfarzoso ufficio di un uomo bello ed elegante, e forse il sudaticcio amplesso che l&#8217;aspettava non sarebbe stato neanche così male.</p>
<p>Mr. Flurry tardava a tornare. Lei notò una porta che non aveva ancora visto. La maniglia era completamente arrugginita, totalmente in disaccordo con il lusso del resto della stanza. Nonostante ciò quel contrasto creava qualcosa di velatamente misterioso. Non dovette pensarci molto prima di mettere le mani su quell&#8217;ammasso di ruggine e tirare piano. Con sua sorpresa la porta si aprì facilmente, ma quello che vide di certo non lo comprese. C&#8217;era un muro, un semplice muro non ancora intonacato. Iniziò a toccare i mattoni, forse presa dall&#8217;improbabile sentimento di chi tasta una parete certo di trovare un passaggio segreto, come in un racconto di Conan Doyle. Infine, dato che non successe nulla, chiuse la porta delusa. Se al posto del muro ci fosse stato uno specchio, Nadine si sarebbe accorta dell&#8217;ingresso di Mr. Flurry nella stanza: ormai il suo cliente era dietro di lei. Troppo tardi. Quando la ragazza si voltò, lui era già con l&#8217;accetta levata sopra la sua testa. Indossava un camice bianco, un paio di guanti di gomma e una mascherina da chirurgo. Lei non fece in tempo a notare tutto questo. Riuscì solo a spalancare la bocca per gridare, ma non un fiato uscì dalla sua gola. Quando la lama penetrò nel suo cranio, quando affondò nel suo cervello, quando anche il naso era perfettamente diviso a metà, quella fu l&#8217;espressione che le restò impressa sul volto: deformata dal terrore e da un&#8217;accetta di cinque chili che le aveva quasi separato in due parti la faccia.</p>
<p>Mr. Flurry estrasse con fatica l&#8217;arma del suo ennesimo delitto e la gettò a terra. Non si curò del sangue che ancora schizzava, di tanto in tanto, dalla testa di Nadine. A quello avrebbe pensato Giovanna, la sadica donna delle pulizie che anni prima aveva massacrato suo marito e i suoi figli, a cui Mr. Flurry pagò un esercito di legulei per farla scarcerare. La colpa di quel terribile omicidio plurimo fu data ai rom, come si usava fare in quel periodo.</p>
<p>La ragazza fu trascinata per le gambe nella stanza di fianco all&#8217;ufficio e posta supina su un tavolo d&#8217;acciaio. Da un armadietto Mr. Flurry tirò fuori una sega circolare e, senza troppi indugi, iniziò a dividere in pezzi la giovane prostituta. Adorava il suono stridente che produceva la lama a contatto con le ossa. Gli ricordava il trenino giocattolo che aveva da bambino, quando un giorno si ruppe una piccola asticella che teneva unite le ruote da un lato e il suono che emetteva sui binari.</p>
<p>Quando ebbe finito, mise tutto in un sacco di plastica e si diresse verso la macinatrice, al piano inferiore. Salì sul ripiano più alto e svuotò il suo fagotto in un grande imbuto metallico. Dopodiché accese la macchina e insieme ad essa una sigaretta. Intanto iniziavano ad arrivare i primi operai. Uno di loro notò Mr. Flurry e si diresse verso di lui.</p>
<p>- Buongiorno signore &#8211; gli disse indicando le macchie di sangue sul camice &#8211; non sapevo che oggi avremmo ucciso di nuovo i maiali -. Il frastuono generato dalla macchina, sotto la quale i due conversavano, non permetteva un facile ascolto.</p>
<p>- Cosa? &#8211; rispose Mr. Flurry ad alta voce &#8211; parla più forte -</p>
<p>- Non sapevo che oggi avremmo ucciso i maiali &#8211; ripeté Vito, l&#8217;operaio, alzando il tono.</p>
<p>- Ah! &#8211; l&#8217;uomo sorrise &#8211; non preoccuparti amico mio, questo era l&#8217;ultimo &#8211; poi lo invitò a spostarsi da lì e insieme si diressero verso la macchinetta del caffè.</p>
<p>- Vedi Vito &#8211; continuò &#8211; mio padre mi diceva sempre che non possiamo contare sulle piccole gioie quotidiane e che dietro ognuna di essa si cela una grande e continua sofferenza &#8211; inserì un euro e digitò il codice del caffè macchiato senza zucchero, poi riprese a parlare &#8211; pensa ad esempio a una puttana; una giovinezza trascorsa tra problemi familiari e un mestiere degradante, nonché molto, molto pericoloso. Giorno dopo giorno questa puttana deve cercare qualcosa di buono anche dove non ci sarà mai, per tentare di sopravvivere al suo mondo. Non è triste tutto questo? -</p>
<p>- Oh, sì signore, lo è. Davvero triste. &#8211; rispose Vito, mentre prendeva il bicchierino di caffè che Mr. Flurry gli stava porgendo. Lo bevve tutto d&#8217;un fiato e si diresse al suo posto di lavoro.</p>
<p>Mr. Flurry invece tornò alla macinatrice, aprì il cassone di alluminio alla base della macchina e ne versò il contenuto in un sacco di iuta con su scritto &#8220;MANGIMI FLURRY&#8221;.</p>
<p>Come diceva la pubblicità, quell&#8217;uomo teneva alla qualità più di qualsiasi altra cosa.</p>
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		<title>Fuori Inquadratura</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Jul 2010 13:37:30 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Lisa Gyöngy]]></category>
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<b>Warning</b>:  call_user_func_array() [<a href='function.call-user-func-array'>function.call-user-func-array</a>]: First argument is expected to be a valid callback, 'Array' was given in <b>/home/mhd-01/www.re-volver.it/htdocs/wp-includes/plugin.php</b> on line <b>166</b><br />
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Scrivo, se non a te, a chi?</p>
<p>Me lo chiedo spesso in questi ultimi giorni. In realtà le domande che mi pongo sulla nostra storia sono tante e sono poche le risposte.</p>
<p>Passo giornate intere a guardare fuori dalla finestra con le dita appoggiate sulla macchina da scrivere, il più delle volte senza schiacciare nemmeno un tasto. Mi limito a sfiorarli…<br />
<span id="more-2617"></span></p>
<p style="text-align: right;">di Lisa Gyöngy</p>
<p style="text-align: left;"> </p>
<p>Scrivo, se non a te, a chi?</p>
<p>Me lo chiedo spesso in questi ultimi giorni. In realtà le domande che mi pongo sulla nostra storia sono tante e sono poche le risposte.</p>
<p>Passo giornate intere a guardare fuori dalla finestra con le dita appoggiate sulla macchina da scrivere, il più delle volte senza schiacciare nemmeno un tasto. Mi limito a sfiorarli…</p>
<p>Sento la fisicità dei tasti sotto i polpastrelli… ne accarezzo con cautela i bordi leggermente smussati e percepisco le lettere non scritte fremere sotto di essi. Passo sulla loro superficie piatta e sento il sottile rigonfiamento dei caratteri stampati sulla plastica dura. Alcune lettere, le più usate, quasi non esistono più… La “A”, la “L”, la “O”, la “S”. Alos. Poi accarezzo delicatamente il resto del suo corpo meccanico e sento il materiale freddo e metallico che piano piano si riscalda sotto il mio tocco. La immagino come creatura viva che si eccita e accende al contatto con le mie dita.</p>
<p>Ma nonostante il nostro rapporto intimo, quasi ossessivo, non arriviamo al concepimento da molto tempo&#8230;</p>
<p>Tutto per colpa tua. Di te. Perché tu mi hai chiesto, prima gentilmente e poi in modo spaventosamente violento, di smettere di scriverti.</p>
<p>Ho accettato. Non potevo fare altro.</p>
<p>Ma non puoi impedirmi di smettere di scrivere pensando a te.</p>
<p>Fuori dalla finestra sta passando una signora con la schiena torta dagli anni. Nella mano destra un bastone di legno scuro, nella sinistra una borsa della spesa che pare enorme perché contiene solo uno o due oggetti. Mi scopro a fare un’analogia tra quel sacco e la sua persona: un contenitore ormai troppo grande, svuotato, con una grande capacità non più sfruttabile e con un peso tutto concentrato in un punto solo che tira verso il basso, verso la terra. Ci mette qualche minuto a uscire dall’inquadratura della mia finestra e io la seguo con gli occhi.</p>
<p>Prima ti avrei descritto ogni singolo particolare di quella donna, ti avrei raccontato la sua vita intera, ti avrei detto che da sotto il foulard, sfuggita alla crocchia severa, s’intravvedeva una ciocca di capelli bianchi e candidi; che le sue pupille, alte nella cornea, puntavano ostinatamente in avanti, proiettate a una velocità che il corpo non riusciva più a seguire. Avrei scoperto insieme a te che dentro al sacco c’era una conserva di pomodoro e un pacco di pasta. Avremmo passeggiato insieme a lei fino alla sua vecchia casa di periferia mentre ci raccontava di come prima la conserva di pomodoro e la pasta la facesse lei, fresca, nella sua cucina che profumava di legno.</p>
<p>Di come ogni sabato mattina andava al mercato a comprare chili di pomodori contrattando sul prezzo e poi preparava il sugo per tutta la famiglia. Ora il mercato aveva chiuso, la famiglia era andata a vivere lontana, il marito era costretto a letto e l’artrosi le impediva di fare anche la più semplice delle cose, come arricciare tra le dita i capelli dorati della nipotina.</p>
<p>Ti avrei raccontato tutto questo. Invece ora mi scopro a raccontarlo alla carta bianca che passa pigra nel rullo della macchina da scrivere.</p>
<p>Ora che la vita della donna è uscita dal mio campo visivo davanti a me vedo il solito scorcio di palazzi bianchi e grigi, gli alberi scheletrici senza foglie, il bar all’angolo e la cabina telefonica all’altro angolo.</p>
<p>Nella cabina qualcuno ha posato male la cornetta e ora è caduta e pende muta, ciondolando leggermente dalle vibrazioni quando passa l’autobus dei ogni-quindici-minuti.</p>
<p>I piccioni sonnecchiano sul cornicione sopra al bar tutti spiumacciati e gonfi per tenersi caldi in questa giornata d’inverno.</p>
<p>Inizia a piovere, qualche goccia, poi più forte, e sempre più forte finché mi sento rinchiusa dentro ad un muro bianco, spumoso e opaco, per una volta fisico, reale e non solo una parete virtuale frutto della mia mente confusa.</p>
<p>Il cielo urla, piange, si dispera-beato-lui e si sfoga in pochi minuti, lasciando la strada lucida, quieta e specchiante.</p>
<p>Nelle pozze vedo l’altro mondo, quello capovolto. Quello che quando guardi dentro vedi i piedi grandi in alto e la testa piccola in basso.</p>
<p>Chissà com’è vivere li dentro. Chissà se in quel mondo io e te passeggiamo ancora per il parco ridendo. Ridendo delle espressioni tristi e corrucciate delle altre persone che ancora non hanno capito che non è il mondo ad essere cattivo, ma che sono loro che lo leggono in modo sbagliato.</p>
<p>Eravamo perfetti insieme, ci completavamo. Eravamo uno la continuazione dell’altro. Uno il cuore, l’altro il sangue; uno la mente, l’altro il pensiero; uno l’aria, l’altro il polmone.</p>
<p>Che idea banale… che idea trita e ritrita… ma mai c’è stata idea così vera e precisa che potesse descrivere in una perfetta immagine la nostra condizione di dipendenza e simbiosi.</p>
<p>Il sole sta calando. I lampioni si accendono. Un’altra notte sta arrivando, inesorabile e solitaria.</p>
<p>Ho sempre amato il buio, ma ora il buio mi spaventa. E’ la notte la parte più difficile della giornata per chi è solo. E’ la notte la parte più bella e piena di sorprese per chi è in compagnia.</p>
<p>Ti ho promesso che non ti avrei più scritto. Te l’ho promesso e lo sto rispettando. Mi hai anche chiesto di dimenticarti. Ho mentito.</p>
<p>Ti ho chiesto di sparire a poco a poco.</p>
<p>Ti sei dissolto.</p>
<p>Sono innamorata di un fantasma. Di un personaggio di un libro che non posso controllare con la mia fredda macchina creatrice di mondi. Più volte ho sognato di avere un cervello-macchina-da-scrivere. Ma questa volta non ho nessun potere sovrannaturale, non posso controllare il passato ne il futuro…</p>
<p>Figuriamoci il presente.</p>
<p>Mi sento come una voce fuori campo. Una voce incorporea che racconta e vive le vite degli altri.</p>
<p>In questo avevi ragione. Non mi sopportavi quando mi perdevo nel mio mondo dove tu non mi potevi raggiungere e allo stesso tempo era proprio questo che amavi di me. Il tuo era un amore ibrido, scostante, irrequieto. Ed era questo che io amavo di te. Il saperti non mio del tutto. Il dover combattere i miei dubbi giorno per giorno.</p>
<p>Sobbalzo al suono del campanello. Non mi muovo. Suona un’altra volta.</p>
<p>Tremo.</p>
<p>Ti vedo attraversare la strada. Guardare in alto, ma ho la luce spenta, non mi puoi vedere.</p>
<p>Raggiungi la cabina telefonica e prendi in mano la cornetta abbandonata.</p>
<p>Stai li dentro per un tempo che mi pare infinito. Chiudo gli occhi e li riapro solo quando il telefono, come da copione, prende a suonare.</p>
<p>Allungo una mano e stacco la cornetta. L’avvicino a me come in sogno e sento il sapore e il calore del tuo respiro sul lobo dell’orecchio.</p>
<p>Perché hai deciso di tornare proprio adesso, ora, questa sera? Cosa ha di speciale rispetto alle altre quarantadue?</p>
<p>Ascoltiamo il nostro silenzio, i nostri pensieri. Sento il materiale della cornetta fondersi con la mia mano. Ora ho una mano-telefono.</p>
<p>Non ho idea di quanto tempo sia passato, ma ti guardo così intensamente che i tuoi lineamenti diventano confusi. Sei un’ombra dalla forma indefinita. Lo sapevo, sei un fantasma.</p>
<p>Cade la linea. Sbatto gli occhi.</p>
<p>Ti vedo frugare in tasca. Immagino in un eco il tintinnio delle monete che a una a una tornano a riempire il contatore.</p>
<p>Richiami e metti giù. Richiami e metti giù. Non capisco cosa fai, poi mi rendo conto che ho ancora la cornetta che mi strilla il segnale d’assenza di linea nei timpani.</p>
<p>Linea piatta.</p>
<p>Tiri un pugno alle pareti di plastica, un altro, ma non riparte. Non c’è battito.</p>
<p>Esci dalla cabina e guardi in su, ma ho la luce spenta e non mi puoi vedere.</p>
<p>Rimani fermo, indeciso. Poi t’allontani verso destra e sparisci dietro la cornice della mia finestra.</p>
<p>La cornetta del telefono ora suona istericamente ad intermittenza. La lascio cadere e con rumore sordo colpisce la scrivania e le mie dita volano sui tasti.</p>
<p>Sono entità autonome.</p>
<p>I miei occhi leggono sorpresi le parole che appaiono sulla carta e seguono le piccole lettere che con il loro cordone ombelicale metallico reagiscono allo schiacciare dei tasti.</p>
<p>Sono così fragili…</p>
<p>Riesco a vederne il movimento: si staccano dalla fila di asticelle, vengono proiettate verso il centro della carta pallida e sbattendo con colpo secco lasciano traccia del loro passaggio in una ferita d’inchiostro nero.</p>
<p>Le mie dita scrivono la nostra storia. Classica. Come tante altre.</p>
<p>Due persone s’incontrano, si trovano interessanti, decidono di rivedersi, si frequentano, scoprono punti in comune, intriganti diversità, si piacciono, s’innamorano, si fanno promesse, viaggiano, vivono, progettano, litigano, sperimentano, giocano, ridono, urlano, piangono, si accusano, si compiangono, si rispettano, perdono la fiducia, perdono la speranza, sbagliano, si riamano, cedono e si perdono.</p>
<p>Anni, mesi, settimane, giorni, ore e secondi ora non sono altro che minuscoli segni codificati e senza senso su un pezzo di albero tritato, sciolto e pressato.</p>
<p>Assisto sempre più imponente e innervosita alla pioggia di proiettili che uccide la nostra storia e mi rendo conto con orrore del mio meccanico e automatico nutrire la macchina di fogli vergini.</p>
<p>Il mio respiro si fa affannato. Sempre più veloce. Sempre più forte.</p>
<p>Sempre più veloce, sempre più forte. Semprepiùvelocesemprepiùforte, finché le mie braccia riescono a stento a staccare le dita che paiono incollate ai tasti come pelle bruciata.</p>
<p>Poi, con movimento fluido, la cingono in un abbraccio.</p>
<p>La sento pulsare contro il mio corpo mentre la cullo e sento i suoi tasti tesi contro il mio ventre.</p>
<p>Tento di controllare il mio respiro.</p>
<p>Piano piano torna a un ritmo normale e solo quando la distacco da me mi accorgo che ho il viso rigato di lacrime.</p>
<p>Tramite un velo compatto e liquido vedo la mia macchina da scrivere volare, proiettata contro la finestra, al rallentatore.</p>
<p>Appena avviene il contatto il vetro assorbe un po’ il colpo piegandosi impercettibilmente, ma la forza è decisamente troppa e, prima in una crepa poi in un crepaccio dalle mille venature, esplode in una miriade di frammenti scintillanti e acuminati.</p>
<p>L’aria invernale della notte mi carezza il viso. Chiudo gli occhi, respiro piano e me ne riempio i polmoni.</p>
<p>I fogli con la nostra storia svolazzano dappertutto, come uccelli abbattuti.</p>
<p>E non mi sono mai sentita viva e libera come in questo momento.</p>
<p>Scrivo.</p>
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		<title>Il Nostro</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Jul 2010 13:28:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[il nostro]]></category>
		<category><![CDATA[Pietro Pancamo]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Re-Volver]]></category>
		<category><![CDATA[websize]]></category>

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		<description><![CDATA[<br />
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Salve, lettore. Io sono un novelliere o giù di lì, e devo darti una notizia: il nostro è morto da tipo strano.<br />
 In che modo e dinamica, mi domandi?<br />
 … Tra poco ci arrivo…<br />
 Per il momento, inizio a raccontare.<br />
 <span id="more-2610"></span></p>
<p style="text-align: right;">di Pietro Pancamo</p>
<p style="text-align: right;">(e-mail: pietro.pancamo@alice.it)</p>
<p style="text-align: left;"> </p>
<p style="text-align: center;">Prima Parte</p>
<p style="text-align: left;">I<br />
 Salve, lettore. Io sono un novelliere o giù di lì, e devo darti una notizia: il nostro è morto da tipo strano.<br />
 In che modo e dinamica, mi domandi?<br />
 … Tra poco ci arrivo…<br />
 Per il momento, inizio a raccontare.</p>
<p>II<br />
 Dall’acqua che in città si essicca al sole arido, si ricavano sempre macchie irregolari d’asfalto umido, sulle quali procedere con attenzione… e suole, magari, di gomma. (Sicure, voglio dire: “contrarie”, cioè, ad ogni scivolone).<br />
 Però il nostro, a rovescio estivo ed operante, era uscito in ferie indossando ai piedi mocassini leggeri, un poco sformati e di pelle bovina in tutto; per cui, ora, a gocce ferme – e dando il braccio al suo ombrello scolorito -, camminava non sul velluto… ma sul cuoio.<br />
 Intanto, col passo ironico e lento del gran signore annoiato, ritornava a zonzo verso casa (il suo villino periferico, quadrifamiliare), continuando a ricevere – via pupille – una serie di immagini squallide e pomeridiane, che gli giungevano insistenti (a stretto giro di malinconia) con l’obiettivo di mostrare, al suo animo, scorci edilizi di condomini al caldo, e d’alberelli esposti al cemento.<br />
 «È roba da ecologisti, non da me… », pensava di rimando, fra indolenza e rabbia, com’è proprio degli ironici. Perché in realtà non un amante del verde minacciato – o stento -, ma un intellettuale, votato all’autoconoscenza: ecco, il nostro, che cos’era. Non a caso, a far data da una vita intera, ingannava il tempo (ed il lavoro in genere) scrivendo raccontini introspettivi, che redigeva d’impegno sulla facciata, posteriore e bianca, delle pratiche d’ufficio.<br />
 Oh, li componeva col sudore della mente, mosso dal tentativo (moral-psicologico) d’esplorare a pieno la propria identità. E dopo anni a strumentalizzare i computer aziendali – regolarmente usandone l’E-Mail allo scopo di spedire il frutto della sua penna a siti e riviste varie – adesso il nostro sapeva di sé ogni particolare. Minimo ed esistenziale!</p>
<p>III<br />
 Che risultato!<br />
 No, di più: che successo!<br />
 Ch’è successo, poi? Dopo l’acquisizione dell’“autodimestichezza”… totale? Beh, per conseguenza, un disturbo ininterrotto.</p>
<p>IV<br />
 «Il mondo!» &#8211; proseguiva a riflettere il nostro, dirigendosi indietro, cioè a casa &#8211; «Il mondo al completo sì, che sarebbe per me… se il fare, dire o guardare non mi disgustasse, ormai, di noia. Che colpa ne ho, d’altronde… una volta imparata di tutto punto la mia personalità, son passato al mondo. Solo che – sfortunatamente – già ero così intriso di me stesso, che qualunque cosa finiva semplicemente per non parlarmi d’altro, che di me stesso, stesso.<br />
 Che palle! Grosse come Giove…<br />
 E persino questi palazzi, attorniati di pianticelle rade, mi sembrerebbero all’istante – se decidessi di guardarli ancora – tanti sosia del mio corpo, del mio cuore… e di ciascuna mia parte, insomma, fisica o spirituale».<br />
 Stomacato da una simile evidenza, ipotizzata ma concreta, il nostro s’arrestò di getto. Poi, complice un impeto di nausea, si coprì gli occhi con le palme aperte.<br />
 «No, no!» &#8211; provvide a lamentarsi, con la voce endovena del cervello &#8211; «Non ne posso più… nemmeno uscire, per addentrarsi apposta nel folto dell’acquazzone, è servito a scuotermi dalla noia, o a divertirmi come da bambino… Ne deriva, innegabilmente… che non ne posso… davvero più!».<br />
 E dallo stato d’ironia conclamata (in cui s’era trovato fino a poco prima), il nostro – benché ora, a sfogo silenzioso e sottotraccia terminato, riprendesse a camminare con stabile senso dell’equilibrio e del moto – decadde, lungo tirato, ad una condizione estrema di stanchezza marcata e soffocante.</p>
<p style="text-align: center;">Seconda Parte</p>
<p>V<br />
 È notte, nel mio racconto.<br />
 Come?… Ah sì, hai ragione: la notte è di indole discreta e riservata. Ecco perché si mostra solo quando il giorno è tramontato, con la luce appresso.</p>
<p>VI<br />
 Alle due del mattino presto, l’appartamento del nostro è ovviamente sprangato e “ostruito” a chiave. Ma la porta, che così egregiamente sbarra l’ingresso (vietandolo a ladri e delinquenti), non può certo resistere ai tutori dell’ordine. E la serratura, per quanto si ostini, vien forzata alla fine… forzata a cedere!<br />
 L’ispettore Sam Moritz entra allora di lena e, tappatosi il naso con un fazzoletto robusto, indica agli agenti: «Il morto che ci hanno segnalato, dev’essere di là».<br />
 I poliziotti scattano immediati e, obbedendo al dito fisso e intento del loro capo (o più che altro lasciandosi guidare dal tanfo “energumeno”, che invade tutta l’aria dell’alloggio), in un attimo scovano il nostro, adagiato marcio in camera sua, sulle lenzuola composte di un letto in pratica a lutto.<br />
 «Che strano» &#8211; parallelamente chiacchiera, ritta in piedi nel salotto, la dottoressa Killaire (cioè un medico legale assai tornito, e dalla mente sempre attiva) &#8211; «Che strano… Che strano», ripete, assorta e concentrata.<br />
 «Cara, un indizio per caso!?» &#8211; s’interessa d’un baleno l’ispettore &#8211; «Hai notato una traccia, magari, che ci spieghi la salma e gli ultimi istanti della sua esistenza?».<br />
 «No» &#8211; risponde il medico, mentre spifferi acri le abbordano sgraziati le narici &#8211; «Mi stavo solo chiedendo perché i cadaveri puzzino orrendamente».<br />
 La voce della donna si chiude, a questo punto, in un mugolio investigativo di riflessione carsica (ossia intima, interiore), all’improvviso amplificato in urletto esclamativo, da un’intuizione illuminante: «Ah!» &#8211; trilla, dunque e deduttiva, l’acuta dottoressa &#8211; «Forse perché, essendo morti, non possono lavarsi?».</p>
<p>VII<br />
 Dài: lo so che è una stupidaggine! Ma non c’è bisogno di scandalizzarsi… Perché, santo Dio, cosa pretendi da una tizia che, all’università, ha sempre affrontato gli esami con poco impegno e belle gambe. Si capisce poi che al lavoro (l’avevano assunta in un ospedale, dopo la laurea) ne uccidesse più che Bertoldo in Francia. E proprio da qui il soprannome: dottoressa… Killaire!<br />
 … Dici sul serio? Credevi che si trattasse di un nome autentico?! Macché: è un gioco di parole con Kildaire, il primario quello famoso, quello del telefilm.<br />
 A ogni modo però, trascuriamo, adesso, saldamente la cerusica ignorante, perché in tutta sincerità non è per nulla l’argomento di cui desidero narrarti ora; e anzi, visto che me l’hai domandato fin dall’inizio, passiamo oltre e ritorniamo ad altro: la morte atipica del nostro.</p>
<p>VIII<br />
 Per togliersi da quel pomeriggio assolato di ex-pioggia, e “rimpatriarsi” stanco all’ovile quadrifamiliare, rincasò facendosi strada con le chiavi.<br />
 Dopodiché, amareggiato dalla noia di mobili e pareti &#8211; che in compagnia di quadri, maniglie, lampade, poltrone (ma pure suppellettili d’ogni genere e numero) non smettevano in massa di ribadirgli se stesso, proprio come i palazzi e i tronchicini smunti di poco prima -, avvertì la malinconia avvicinarsi efficace, fino ad accelerare in lui gli spasmi di stanchezza. Una stanchezza sempre più simile alle specifiche del sonno; e che, negatagli la cena, lo spedì al lenzuolo con brutalità, schiacciandolo a contatto con l’ecletticità dei sogni.<br />
 Ma, naturalmente, nulla è più abile di essi ad illustrarci scrupolosamente, e ripeterci a menadito, la nostra identità. Così, per quanto nel corso del buio e della testa si succedano (di norma) continuamente varie &#8211; le situazioni e fantasie oniriche – il nostro, presenziandovi o assistendovi in subconscio, mortalmente e vivamente s’annoiò.<br />
 E mentre il numero dei sogni s’espandeva, la noia s’ingrandì con moto direttamente proporzionale, rendendo il sonno man mano uguale a un coma (in soldoni: d’ora in ora, più profondo. E poi, irreversibile). Effetto terminale: per diciannove giorni – comunicanti, adiacenti e progressivi – il nostro non si svegliò.<br />
 Come unico segno di vita diede un lezzo di morte, “in base” al quale i suoi inquilini decisero alla fine di chiamare la questura.</p>
<p>IX<br />
 Come mai morì soltanto quella volta lì, e non prima? Perché di regola teneva sul comodino un orologio ad orologeria (una sveglia intendo!).<br />
 A che gli serviva? Ti spiego: quando a mezzanotte si coricava, subito lo puntava sull’una dell’ora successiva, procurandosi – dopo sessanta minuti – uno scampanio micidiale.<br />
 Sconvolto dalla soneria, il nostro ovviamente sobbalzava e, acchiappata la sveglia, la ricaricava sulle due, fra sospiri e cervello pesto. E alle due, sulle tre. Alle tre sulle quattro. Alle quattro, sulle cin… Scusa?… Un rito, già… una cerimonia precauzionale che gl’impediva di sognare troppo, sottraendolo quindi ai rischi di estinzione; e che si concludeva, di preciso, alle sette.<br />
 La giornata, poi, un tormento di noia e fatica, aggravato pure dai raccontini all’ufficio, ormai anch’essi “tediofori” e pesanti.<br />
 Forse… Forse è meglio… molto meglio – non pensi? – che quella volta, esasperato (suppongo) dalla vita penosa cui s’era ridotto, abbia omesso la sveglia sull’una le due le tre eccetera, preferendo diventare… morto e decomposto.</p>
<p>X<br />
 Col medico legale che gli cammina accanto, l’ispettore entra nella camera del nostro.<br />
 È ingombra di poliziotti alle prese coi rilevamenti, ma il dato più lampante è l’odore rancido di carni allo sbando.<br />
 «Bene ragazzi, fate largo alla dottoressa!», Moritz annuncia, agli agenti assiepati intorno al letto. Poi con un sorriso, e girando la testa verso la donna che lo scorta, «Cara, eccoci qui dinanzi al corpo» &#8211; commenta garbato &#8211; «Confesso che non è bello come il tuo; però ti prego: dagli comunque uno sguardo».<br />
 «Che schifo», mormora tra sé, la Killaire abbacchiata.<br />
 «Che schifo e che bastardo!» &#8211; aggiunge inviperita, fissando l’ispettore &#8211; «Io, che per starti più vicina ho lasciato il mio ospedale (nonché una brillante carriera di chirurgo), venendo difilato a prestar servizio nel tuo distretto, mi aspettavo (in cambio di tanto amore) che tu mi portassi… non so… al museo per esempio, al cinema, o meglio ancora alla boutique. Invece… solo queste schifezze mi porti a vedere! Queste carogne, antigieniche e puzzone!».<br />
 «Ma cara, è il tuo lavoro», si giustifica Moritz, intimidito.<br />
 «E chi se ne frega» &#8211; s’indigna la Killaire &#8211; «Fattelo da te!».<br />
 «Tesoro… » &#8211; media l’ispettore con piglio diplomatico, cercando d’ignorare l’imbarazzo che gli creano gli agenti circostanti, e tutti alacremente all’erta &#8211; «Tesoro, se ti prometto teatro e ristorante per una sera imminente delle prossime e future, tu adesso me lo esamini il cadaveruccio? E su! Ti sei perfino ricordata di portarti la borsa coi ferri del mestiere!».<br />
 «Uff» &#8211; accondiscende la dottoressa, sbirciando con ribrezzo il nostro, che giace asfissiante a far brutta mostra di sé &#8211; «Però, se proprio devo cedere, tu almeno abbi l’amore, Sam, d’arieggiarmi il naso, aprendo la finestra di questa camera fetente».<br />
 «Subito, cara: in un batter d’ali!», vola l’ispettore, avventurandosi leggero ai vetri da spalancare.</p>
<p>XI<br />
 E fuori c’era una pioggia tale, guarda, che le strade parevano selciate d’acqua. Inoltre…<br />
 Che c’è, dove vai? Via? Ah, siccome la tua curiosità di partenza sul modo e la dinamica è stata ormai esaudita e risolta, pensi di andartene…<br />
 D’accordo… allontanati pure… Vuol dire che questo mio raccontino in corso, è da considerarsi esaurito, allora.<br />
 Infatti, senza un lettore, non c’è alcun motivo di… finire o continuare.</p>
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		<title>Quieto vivere</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Jul 2010 12:35:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Eclipse.154]]></category>
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		<description><![CDATA[<br />
<b>Warning</b>:  call_user_func_array() [<a href='function.call-user-func-array'>function.call-user-func-array</a>]: First argument is expected to be a valid callback, 'Array' was given in <b>/home/mhd-01/www.re-volver.it/htdocs/wp-includes/plugin.php</b> on line <b>166</b><br />
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Luisa è una ragazza fantastica, è colta quanto basta, non più di me. E’ inoltre quella che si definirebbe di solito una ‘gran strafica’. Tuttavia mi sono stancato di lei, vuoi per le sue ossessioni, per la sua totale e ascendente dipendenza dal mio successo, vuoi per… insomma, è da poco più di una settimana che la vedo e già vorrebbe costringermi a renderle conto.<br />
 <span id="more-2600"></span></p>
<p style="text-align: right;">di Eclipse.154</p>
<p style="text-align: left;"> </p>
<p>“… e per di più, se non dovesse bastare il motivo che ti ho appena esposto, ti dirò un’altra cosa.</p>
<p>Quella sera mi trovavo da Mario a cena. Sai benissimo che il lunedì sera ceno lì. Avevo un tavolo prenotato per le 20.”</p>
<p>“E allora, sentiamo, con chi eri?” – incalza Luisa.</p>
<p>“Con mia… uhm… madre?”</p>
<p>Riaggancio, praticamente certo della mia poca credibilità.</p>
<p>Luisa è una ragazza fantastica, è colta quanto basta, non più di me. E’ inoltre quella che si definirebbe di solito una ‘gran strafica’. Tuttavia mi sono stancato di lei, vuoi per le sue ossessioni, per la sua totale e ascendente dipendenza dal mio successo, vuoi per… insomma, è da poco più di una settimana che la vedo e già vorrebbe costringermi a renderle conto. Tra l’altro non vado mai da Mario, si mangia di merda. Figurarsi prenotare un tavolo di lunedì!</p>
<p>Sono a casa, sono le 14:15 circa e fa caldo, un caldo del cazzo. Sto cercando da più di due ore la copia di un giornale di cui non ricordo il titolo. A Frank servono informazioni su una specie di macaco che vive in Giappone o in Armenia. E’ per una ricerca, dice. Sono talmente sudato che la mia polo sembra una muta da sub.</p>
<p>Finora non ho trovato nulla. Mi faccio una spremuta di pompelmi e metto sul Technics un vecchio disco di Sade. La domestica stamane è andata via prima del solito, ma ha tuttavia trovato il tempo per pulire a dovere l’intera casa, riordinare il mio guardaroba, stirare e inamidare le mie camice e prepararmi un pranzo macrobiotico, che giace inerme in un angolo del tavolo, e che non mangerò.</p>
<p>C’è una tremenda puzza di merda in soggiorno, ma sono quasi certo di poter affermare che Concetta (credo si chiami così) ha pulito e deodorato ogni angolo della casa. Credo anche che, domani, la prima cosa della quale dovrò occuparmi sarà il suo licenziamento.</p>
<p>Cerco di rammentare quand’è stata l’ultima volta che ho richiamato Agnese, e devo concentrarmi non poco per realizzare che era un giovedì, senza dubbio non quello passato, e neanche quello prima. Alzo la cornetta e compongo il numero.</p>
<p>“Pronto?”</p>
<p>“Ehi, sono io.”</p>
<p>“Uhm… davvero? Io chi?”</p>
<p>“Ehi, che cosa vorresti dire con ‘io chi’??? Io. Vittorio.”</p>
<p>“Ah, Mi chiedevo proprio oggi se mi avresti richiamata! Non è cortese far aspettare una ragazza, sai?” – dice, complice e provocante.</p>
<p>“Perdonami piccola, ero… uhm… occupato. Ho pensato di portarti a cena stasera. Che ne dici?”</p>
<p>“Uh! Fantastico! Direi che va bene. Dove mi porti?”</p>
<p>“Ho prenotato un tavolo da Mario. E’ per le 20.”</p>
<p>“Splendido! E’ da molto che non vado da Mario. Hanno delle capesante praticamente pazzesche!”</p>
<p>Il tanfo di merda è diventato così intenso da sovrastare di netto la mia concentrazione, al punto da ignorare chi ci sia all’altro capo del telefono.</p>
<p>“Senti, dammi un altro po’ di tempo. Non lo trovo, quel fottuto giornale del cazzo!”</p>
<p>“Ehi, ma ti senti bene? Di quale giornale parli??”</p>
<p>“Uh… nulla… parlavo di… uhm… con… la domestica, sì.”</p>
<p>“Non dovresti rivolgerti ad una signora in questo modo; è maleducazione, sai?”</p>
<p>“Perfetto” -  dico, non proprio sicuro di aver afferrato il senso delle sue parole, &#8211; “Ci vediamo alle 19!”</p>
<p>Mentre mi avvio verso la camera da letto inciampo in qualcosa di appuntito; mi chino per vedere di cosa si tratti. Non c’è nulla sul pavimento.</p>
<p>Ho un buffet al quale devo presenziare, pertanto mi accingo a cambiarmi per la festa. Non ricordo a che ora devo arrivare e naturalmente decido di prendermela comoda.</p>
<p>Un uomo dovrebbe sempre arrivare in ritardo agli appuntamenti importanti, se vuole conferire eleganza alla sua presenza. La gente poco perspicace crede che la puntualità sia prerogativa di serietà e sinonimo di sicurezza; la serietà non ha nulla a che vedere con l’eleganza, e sinceramente non ho idea del perché mi sia imbarcato in questo discorso. Sono già convinto di questo concetto, non ha senso ribadirlo.</p>
<p>Metto nel Technics un disco dei Culture Club e apro l’acqua della doccia.</p>
<p>Mentre mi spoglio mi accendo una sigaretta, ma sa di merda e la spengo. Ho il cazzo duro. L’erba che mi ha dato Stefania è eccellente e ho praticamente sempre voglia di scopare quando la degusto. Strano, non credo di averne fumata oggi.</p>
<p>Prima di entrare nel box doccia decido di cambiare disco; opto per Nina Hagen.</p>
<p>Mi masturbo sotto l’acqua pensando alla ragazza della tabaccheria qui vicino che spompina un membro di legno non levigato e murato alla parete, mentre Hilary Swank le ficca un mestolo da polenta nel culo e io le slappo la fica. Il tutto in un enorme vasca piena di mirtilli.</p>
<p>Vengo in modo brutale, sconnesso e soffocante, singhiozzando come un frocio adolescente.</p>
<p>Tempo novanta minuti e sono già quasi vestito. Il Technics ora suona un qualcosa che io ho provveduto a metter su, chiamato N11 o N9. Credo sia Brian Eno.</p>
<p>E’ sufficientemente presto per recarmi da Silvia. Silvia è quella che comunemente verrebbe definita ‘una gran strafica’, ma non capisce un cazzo. L’unica cosa intelligente che ha fatto negli ultimi anni è stata quella di lasciarmi. La naturale evoluzione dei personaggi, infatti, l’ha resa una sfigata, al contrario di me, naturalmente, che sono bello (lo ero anche prima), colto (lo ero anche prima), carismatico (lo ero anche prima), eccentrico (ora forse lo sono di più) e assolutamente evanescente, qualità quest’ultima che mi colloga nella Top3 nell’indice di gradimento del gentil sesso. Silvia, dicevo, è sfigata; la sfiga, tuttavia, le ha donato un localino niente male, giù in centro, che purtroppo, data la peculiare sfortuna della titolare, verrà dato alle fiamme da un gregge di ubriachi in breve tempo a partire da oggi, o ancora peggio, raso al suolo dai creditori, i pusher.</p>
<p>Dopo cinque minuti ho già inforcato i miei Oliver People da 400 euro e cammino disinvolto per la strada. L’aria è unta, il caldo muta l’asfalto in una speciale pellicola tremendamente ustionante; dense nubi di vapore si levano verso l’alto dissolvendosi dopo pochi secondi. Il sole le ammazza, come ammazza me. Le cicale starnazzano (cicalano avrebbe prodotto una ridondanza nociva all’estetica del discorso.), le strade sono deserte, pulite, e c’è puzza di benzina e merda. Temo di esplodere insieme al pianeta.</p>
<p>Arrivato a destinazione noto che il bancone è preso d’assalto da una mandria di… uhm… procacciatori credo. In un primo momento ho voglia di fuggire, sembrano agenti della Psico-polizia, anche se in realtà non li ho mai visti. Io sono cresciuto con altra gente che millantava potere e saggezza, non con il Grande Fratello e il bipensiero di merda!</p>
<p>La mandria è tutta vestita allo stesso modo; mi sfilo gli Oliver People e scruto il mio volto allo specchio, nel tentativo di rassicurarmi. La mia pelle è liscia come granito lavorato, ed abbronzata come un uomo perennemente felice. Sogghignando compiaciuto, esamino i tizi con maggior cura. Sono davvero uguali. Completo nero gessato, cravatta nera Armani, suppongo, e scarpe E. Zegna palesemente pacchiane. Mi sforzo di non ridere, ma mentre il mio impegno è all’apice uno di loro si rivolge a me: “Mi perdoni signore, cos’ha da ridere?”</p>
<p>“Uh, niente amico, niente. Non riesco proprio a togliermi dalla testa uno spot televisivo, in cui un tizio parla con un pacco di spaghetti. Complimenti per le scarpe, sono… uhm… elegantissime.”</p>
<p>Il tizio abbozza una risposta, io perdo la mia concentrazione e mi ritrovo seduto ad un tavolo contornato da sedie di alluminio anodizzato, intento ad ammirarmi attraverso un quadro a specchio che pubblicizza una finta bionda, che a sua volta pubblicizza un bicchiere con dentro un liquore di cui ignoro l’esistenza ed il sapore.</p>
<p>Il tizio numero 5 sta parlando con il tizio numero 2. Nella mia mente ho pensato di numerarli, in modo tale da distinguerli, ma mi rendo immediatamente conto di quanto questo sistema sia fallimentare. Probabilmente, infatti, colui che parla con il numero 2 è il tizio numero 1, ma dato che inizialmente avevo identificato il numero 1 con il tizio più alto, vado in confusione. Il tizio in questione, infatti, è decisamente basso. Presumo si occupi della vendita di pompe ad immersione, dagli argomenti che espone a suo favore.</p>
<p>Mi chiedo immediatamente come possa un tipo tanto basso sentirsi tanto grande, e ancor più come possa una persona addetta alla vendita di utensili succhia-merda manifestare tanta vanagloria.</p>
<p>Silvia è dietro il bancone, intenta ad annuire ai clienti e a preparare decaffeinati. Non mi ha notato ancora, seppur io sia di gran lunga l’unica persona a dar lustro al suo locale, elevando di netto lo standard. Inspiegabilmente decido di levare le tende, e con aria disinvolta esco sculettando.</p>
<p>Arrivo al buffet, qualcuno mi osanna e mi fa notare di essere in ritardo imbarazzante, e con il volto proteso in un sorriso accattivante abbozzo una serie di complimenti rivolti ai commensali (la scelta di questi ultimi è del tutto casuale).</p>
<p>Ed eccola. Bellissima. Sono convinto di non averla mai vista prima d’ora, e mi chiedo il motivo di questo reato. Bionda, culo da sballo, tette palesemente rifatte, dunque perfette, culo da sballo, viso angelico ma non troppo e culo da sballo. Mi avvicino prontamente.</p>
<p>“Ehi, non ci conosciamo” – dico, mentre una fitta anonima mi squarcia il petto all’improvviso.</p>
<p>“A quanto pare…” – risponde lei, tralasciando di guardarmi.</p>
<p>“Sono Vittorio. Ehi bella, vuoi da bere?”</p>
<p>“No grazie, ho già un bicchiere pieno in mano.”</p>
<p>Il suo modo di apparire vitrea e imperscrutabile mi genera un’erezione degna di un best-seller, ma il cazzo si ferma a metà strada, interrompendo la sua ascesa intrappolato nei CK. Tento una manovra per correggerne la traiettoria, badando bene di tenere la mano in tasca, e mi accorgo che il mio uccello scalcia come un feto.</p>
<p>Finalmente mi guarda. “Ehi, ma il tatuaggio che hai sul collo cos’è? Un ape? Fantastico!”</p>
<p>“No, è un… uhm… dio a sette teste” – sbotto, evidentemente contrariato.</p>
<p>“Uh, anch’io vorrei tanto farmi un’ape. Quanti anni hai?”</p>
<p>“Ventisei, e tu?”</p>
<p>“Ventitre a giugno!” – risponde non troppo convinta.</p>
<p>“Fantastico! Ehi, non mi hai ancora detto come ti chiami.”</p>
<p>“Uh, perdonami. Io sono Agnese.”</p>
<p>“Senti Agnese, perché non ce la filiamo? E’ tutto così noioso qui. Potremmo cenare insieme da Mario; hanno delle capesante semplicemente fantastiche.” – propongo in maniera immediata, almeno quanto la mia erezione.</p>
<p>“Non dovrei accettare inviti dagli sconosciuti, ma… uhm… ci sto. Mi sembri un ragazzo a posto!” – risponde in un atteggiamento che non riesco a distinguere.</p>
<p>Non posso fare a meno di ridere.</p>
<p>Non ho la macchina, cosa che indispettisce non poco Agnese, che però ha la sua, una Saab cabrio nuova fiammante, con una lieve puzza di merda nell’abitacolo.</p>
<p>Abbasso cinque centimetri il finestrino, sperando che noti i miei capelli lucenti e sani scompigliati dal vento. Optiamo per una tappa a casa mia, vuole vedere il Giacomelli da 12000 euro che ho in soggiorno, sebbene non sappia chi è Giacomelli. Durante il tragitto percepisco la sua irrefrenabile voglia di chiavare, voglia che la proietta sempre di più verso di me.</p>
<p>A questa constatazione se ne aggiunge un’altra, quella di un’ennesima, terribile erezione. Mi accendo una sigaretta e, contemporaneamente, mi succhio l’alluce.</p>
<p>Agnese non indossa il reggiseno; mentre le guardo le tette la immagino nuda cavalcare una tigre albina, con in mano un AK-47 mentre inneggia frasi senza senso, seminando terrore e morte fra villaggi male abitati da uomini E. Zegna in giacca e cravatta.</p>
<p>Poco dopo siamo a casa, la conduco in soggiorno, le preparo un Mai Tai, metto nel Technics un disco di Wagner e accendo il deodorante a diffusione elettrica.</p>
<p>“Strano l’odore del muschio bianco.. sembra… uhm… merda.” – mi ritrovo a dire senza volerlo.</p>
<p>Agnese non risponde, finisce tutto d’un fiato il suo Mai Tai e viene verso di me. Sto bevendo un rum talmente invecchiato che l’etichetta della bottiglia è completamente consumata, e ne ignoro dunque la marca.</p>
<p>“Allora, ti va di scopare?” – propone, sfilandosi le mutandine con la mano sinistra, e contemporaneamente sfilandosi le scarpe.</p>
<p>Il clima è torrido in casa, sebbene abbia provveduto ad oscurare l’ambiente socchiudendo le finestre. La afferro per i capelli, e mentre lei esplode in una risata isterica, facilmente confondibile in un orgasmo acuto e disumano, la spingo verso il divano. Le afferro le cosce, sospingendole verso l’alto, e inizio a leccarle la fica, scrivendo con la lingua i primi 8 versi dell’Eneide, che naturalmente conosco a memoria. Geme ed ansima, eseguendo ritmici movimenti di bacino. Inizio a morderle delicatamente il clitoride, che è gonfio e violaceo come un frutto tropicale, ed ha tanta voglia di esplodermi in faccia. Continuando a godere selvaggiamente mi afferra la testa fra le gambe stringendola a sé con forza.</p>
<p>Riesco a rialzarmi, lei si catapulta su di me e afferra il mio cazzo come fosse un ricco premio. E’ duro, durissimo, e sento che sta implodendo. Ci sputa sopra varie volte prima di infilarselo in gola come se fosse la cosa più prelibata al mondo. Mi giro in senso contrario, e mentre mi succhia avidamente l’uccello io infilo la testa nuovamente fra le sue cosce e con quattro dita le apro il buco del culo, iniziando a succhiarglielo. Gode così tanto che a tratti esplode in lacrime per poi spezzare il tutto con risatine folli e incontrollabili. Qualcosa si sta muovendo in me, mi alzo e la prendo da dietro. Con il culo abbondantemente slappato è facile per me entrarle dentro, ma le allargo comunque l’ano, tanto per vedere quanto ce l’ha largo. Non ci sono problemi e la penetro con facilità e violenza. La violenza è tanta che Agnese inizia a mordere le lenzuola gridandomi di continuare. Continuo così per un po’, poi mi stufo e torno a succhiarle la fica masturbandomi come un animale con dentro un demonio assetato di sangue. Mi prega ripetutamente di scoparla nella vagina, e io le do ascolto. Le afferro i piedi e li tiro indietro all’altezza della testa. Ora anche un autotreno potrebbe trapassarla. Le metto un cuscino dietro la schiena e inizio a pomparla. Il suo clitoride ora ha un aspetto inquietante, sento la sua fica bollire attorno al mio uccello e inizio a morderle il seno, mentre la scopo sempre più violentemente. Le mordo un capezzolo fino a ferirla, e inebriato dall’odore di sudore misto a sangue e silicone glielo strappo con decisione, ingoiandolo. Terrorizzata, cerca di divincolarsi e inizia a gridare come una strega alla gogna. La tramortisco con una testata in piena faccia rompendole il setto nasale e mi spalmo il suo sangue addosso. Le sfilo dalla borsa che ha lasciato sul divano le chiavi della Saab. Ho in bocca il sapore metallico ed eccitante del silicone, e ho la faccia quasi completamente piena di sangue. Le ficco la chiave nella vagina, aprendogliela di netto. Priva di conoscenza si caga addosso; la puzza di merda è insopportabile. Ora con lo squarcio nero che le ho provocato posso facilmente infilarle dentro il braccio. Faccio piazza pulita delle interiora, ridendo e recitando slogan politici come un esaltato. Ingoio avidamente parte delle sue budella, mentre il resto glielo metto attorno al collo come fosse una sciarpa di seta. Ricomincio a scoparla nella fica, continuando a bere lo strano liquido che le fuoriesce dalle tette. Respira ancora la troia; mentre la fotto in quella che una volta era la sua vagina, e che ora non è altro che una nera e profonda voragine sanguinante, le stacco la lingua a morsi. Finalmente muore; le cavo gli occhi con la chiave. Uno lo ingoio e uno lo lascio temporaneamente nella sua borsa, perché ora non ho più fantasia e non so che farci. Le dico che l’amo, mi sollevo e masturbandomi, ricoperto dal suo sangue dalla testa ai piedi, le vengo in faccia. Wagner rende la mia performance sessuale un trionfo, io mi commuovo e piango di gioia. La afferro per i piedi e la trascino in cucina. Le sego i piedi con un coltello a seghetto e la lascio a terra un paio d’ore, aspettando che si dissangui. Metto su ‘L.A. Woman’ dei Doors trovo un beauty case nella sua borsetta di Fendi e inizio amorevolmente a passare lo smalto sulle unghie di quelli che una volta erano i suoi piedi e che ora troneggiano sul mio tavolo di cristallo, nel soggiorno.</p>
<p>Cerco di rammentare quand’è stata l’ultima volta che ho richiamato Agnese, e devo concentrarmi non poco per realizzare che era un giovedì, senza dubbio non quello passato, e neanche quello prima. Alzo la cornetta e compongo il numero.</p>
<p>“Pronto?”</p>
<p>“Ehi, sono io.”</p>
<p>“Uhm… davvero? Io chi?”</p>
<p>“Ehi, che cosa vorresti dire con ‘io chi’??? Io. Vittorio.”</p>
<p>“Ah, Mi chiedevo proprio oggi se mi avresti richiamata! Non è cortese far aspettare una ragazza, sai?” – dice, complice e provocante.</p>
<p>“Perdonami piccola, ero… uhm… occupato. Ho pensato di portarti a cena stasera. Che ne dici?”</p>
<p>“Uh! Fantastico! Direi che va bene. Dove mi porti?”</p>
<p>“Ho prenotato un tavolo da Mario. E’ per le 20.”</p>
<p>“Splendido! E’ da molto che non vado da Mario. Hanno delle capesante praticamente pazzesche!”</p>
<p>Il tanfo di merda è diventato così intenso da sovrastare di netto la mia concentrazione, al punto da ignorare chi ci sia all’altro capo del telefono.</p>
<p>“Senti, dammi un altro po’ di tempo. Non lo trovo, quel fottuto giornale del cazzo!”</p>
<p>“Ehi, ma ti senti bene? Di quale giornale parli??”</p>
<p>“Uh… nulla… parlavo di… uhm… con… la domestica, sì.”</p>
<p>“Non dovresti rivolgerti ad una signora in questo modo; è maleducazione, sai?”</p>
<p>“Perfetto” -  dico, non proprio sicuro di aver afferrato il senso delle sue parole, &#8211; “Ci vediamo alle 19!”</p>
<p>Mentre mi avvio verso la camera da letto inciampo in qualcosa di appuntito; mi chino per vedere di cosa si tratti. E’ la chiave di una Saab.</p>
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