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	<title>re-volver &#187; cultura</title>
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	<description>Re-volver è una rivista di arte e cultura che esplora vari settori: cinema, musica, teatro, letteratura, pittura, fumetto, scienza e tecnologia, scienze alimentari, sport. re-volver.it</description>
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		<title>Corso base di fotografia digitale  Docente: Ruggero Passeri</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Feb 2012 01:24:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Torzolini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il corso è stato pensato per coloro che, pur possedendo un apparecchio fotografico digitale, continuano ad avere incertezze sul suo utilizzo, ovvero non sono soddisfatti dei risultati ottenuti. Poiché la realizzazione di buone immagini presuppone nozioni tecniche chiare, ma anche una paziente educazione dell’occhio, il corso procederà, attraverso incontri bisettimanali, allo studio del funzionamento delle moderne macchine fotografiche e, contemporaneamente, percorrerà, con l’aiuto di materiali audiovisivi, e in maniera semplice ed esauriente, la strada dei grandi esempi dell’arte pittorica e fotografica. Si intende così valorizzare questi incontri non solo come lezioni tecniche, ma anche come momenti di crescita culturale. Tra gli argomenti: principi di fotografia, apparecchio fotografico, messa a fuoco, tempi, diaframmi, uso delle ottiche; inquadratura, uso della luce ambiente, uso del flash; ritratto, paesaggio, reportage; correzione dei comuni difetti, uso corretto di una stampante, correzione del colore, breve storia della fotografia d’arte, tendenze fotografiche moderne. Sarà possibile organizzare anche eventuali uscite domenicali per la messa in pratica sul campo di quanto appreso; parte del tempo sarà infine dedicata al commento e alla critica tecnica delle foto dei partecipanti. Durata del corso: 14 incontri il martedì e giovedì, dalle 18 alle 20, a partire da giovedì 23 febbraio 2012 Luogo dove si svolge il corso: Sala multimediale della Parrocchia di S. Maria delle Grazie, Via della Bufalotta 674- Roma, Costo di partecipazione: € 95,00. INFO: 329-0632554 mail: culturadellafotografia@gmail.com Ruggero Passeri è nato e vive a Roma. Ha iniziato ad interessarsi di fotografia alla fine degli anni sessanta, come autodidatta. Ha esposto le sue prime opere nel 1983 alla Galleria Il Fotogramma di Roma. Ha presentato da allora diverse mostre personali in Italia. Nell’agosto 2008 ha esposto una sua serie di 40 ritratti di artisti e intellettuali italiani al Museo Comunale di Arte Moderna e dell’Informazione di Senigallia, raccolta poi acquisita nella collezione del Museo, che vanta, tra l’altro, opere di Mario Giacomelli e dei fotografi senigalliesi del Gruppo Misa. Passeri ha pubblicato sue foto e articoli su vari quotidiani, periodici e riviste specializzate. Dal 2009 collabora al progetto dell’Osservatorio della Fotografia della Provincia di Roma, per il quale è responsabile del laboratorio di fotografia e stampa digitale. Viaggiatore appassionato, ha realizzato negli ultimi anni reportages fotografici in Arabia Saudita, in India e in Cina. Nel 2010 è stato premiato con la Targa Città di Senigallia per il suo reportage sugli artisti italiani contemporanei. Nel mese di settembre 2011 si è svolta la sua mostra “Kaputmundi” all’Istituto Italiano di Cultura a Vienna. La mostra è attualmente in svolgimento a Salisburgo, presso la Società Dante Alighieri. Da diversi anni Passeri utilizza esclusivamente fotocamere digitali, anche per il bianco e nero, che costituisce il nucleo principale del suo lavoro.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.re-volver.it/wp-content/uploads/Corso-base-di-fotografia-digitale-Ruggero-Passeri.jpg"><img class="alignleft  wp-image-5881" title="Corso base di fotografia digitale - Ruggero Passeri" src="http://www.re-volver.it/wp-content/uploads/Corso-base-di-fotografia-digitale-Ruggero-Passeri.jpg" alt="" width="280" height="251" /></a>Il corso è stato pensato per coloro che, pur possedendo un apparecchio fotografico digitale, continuano ad avere incertezze sul suo utilizzo, ovvero non sono soddisfatti dei risultati ottenuti. Poiché la realizzazione di buone immagini presuppone nozioni tecniche chiare, ma anche una paziente educazione dell’occhio, il corso procederà, attraverso incontri bisettimanali, allo studio del funzionamento delle moderne macchine fotografiche e, contemporaneamente, percorrerà, con l’aiuto di materiali audiovisivi, e in maniera semplice ed esauriente, la strada dei grandi esempi dell’arte pittorica e fotografica. Si intende così valorizzare questi incontri non solo come lezioni tecniche, ma anche come momenti di crescita culturale.<br />
Tra gli argomenti: principi di fotografia, apparecchio fotografico, messa a fuoco, tempi, diaframmi, uso delle ottiche; inquadratura, uso della luce ambiente, uso del flash; ritratto, paesaggio, reportage; correzione dei comuni difetti, uso corretto di una stampante, correzione del colore, breve storia della fotografia d’arte, tendenze fotografiche moderne.<br />
Sarà possibile organizzare anche eventuali uscite domenicali per la messa in pratica sul campo di quanto appreso; parte del tempo sarà infine dedicata al commento e alla critica tecnica delle foto dei partecipanti.</p>
<p><strong>Durata del corso</strong>: 14 incontri il martedì e giovedì, dalle 18 alle 20, a partire da giovedì 23 febbraio 2012</p>
<p><strong>Luogo dove si svolge il corso</strong>: Sala multimediale della Parrocchia di S. Maria delle Grazie, Via della Bufalotta 674- Roma,<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>Costo di partecipazione</strong>: € 95,00.</p>
<p><strong>INFO</strong>: 329-0632554 mail: <a href="culturadellafotografia@gmail.com">culturadellafotografia@gmail.com</a></p>
<p><strong>Ruggero Passeri</strong> è nato e vive a Roma. Ha iniziato ad interessarsi di fotografia alla fine degli anni sessanta, come autodidatta. Ha esposto le sue prime opere nel 1983 alla Galleria Il Fotogramma di Roma. Ha presentato da allora diverse mostre personali in Italia.<br />
Nell’agosto 2008 ha esposto una sua serie di 40 ritratti di artisti e intellettuali italiani al Museo Comunale di Arte Moderna e dell’Informazione di Senigallia, raccolta poi acquisita nella collezione del Museo, che vanta, tra l’altro, opere di Mario Giacomelli e dei fotografi senigalliesi del Gruppo Misa. Passeri ha pubblicato sue foto e articoli su vari quotidiani, periodici e riviste specializzate.<br />
Dal 2009 collabora al progetto dell’Osservatorio della Fotografia della Provincia di Roma, per il quale è responsabile del laboratorio di fotografia e stampa digitale. Viaggiatore appassionato, ha realizzato negli ultimi anni reportages fotografici in Arabia Saudita, in India e in Cina.<br />
Nel 2010 è stato premiato con la Targa Città di Senigallia per il suo reportage sugli artisti italiani contemporanei.<br />
Nel mese di settembre 2011 si è svolta la sua mostra “Kaputmundi” all’Istituto Italiano di Cultura a Vienna. La mostra è attualmente in svolgimento a Salisburgo, presso la Società Dante Alighieri.<br />
Da diversi anni Passeri utilizza esclusivamente fotocamere digitali, anche per il bianco e nero, che costituisce il nucleo principale del suo lavoro.</p>
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		<title>Trote  Sala Umberto</title>
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		<pubDate>Wed, 11 May 2011 13:44:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Torzolini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Venerdi sera. Il laboratorio è già chiuso. Un’infermiera gentilissima consegna ugualmente le analisi. “Non lo dica a nessuno, mi raccomando”.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-size: x-small;"><span style="color: #ff0000;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><strong>SALA UMBERTO Stagione</strong></span></span><span style="color: #ff0000;"><span style="font-family: Arial Black,sans-serif;"><strong>Teatrale 10/11</strong></span></span></span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #808080;"><span style="font-family: Tahoma,sans-serif;"><strong>10 – 29 maggio 2011</strong></span></span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: Garamond,serif;"><em>Nuova Compagnia di Prosa presenta</em></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: Verdana,sans-serif;"><span style="font-size: large;"><strong>PAOLO TRIESTINO                                      NICOLA PISTOIA</strong></span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: Verdana,sans-serif;">in</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: Verdana,sans-serif;"><span style="font-size: xx-large;"><strong>TROTE</strong></span></span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: Verdana,sans-serif;">di</span><span style="font-family: Verdana,sans-serif;"><span style="font-size: large;"> EDOARDO ERBA</span></span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: Verdana,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">CON ELISABETTA DE VITO</span></span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: Verdana,sans-serif;"><strong>scena ALESSANDRA RICCI costumi ISABELLA RIZZA </strong></span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: Verdana,sans-serif;"><strong>suono HUBER WESTKEMPER light design LUIGI ASCIONE</strong></span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: Verdana,sans-serif;"><span style="font-size: x-small;">macchinista FRANCESCO RITA elettricista CLAUDIO LELLI</span></span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: Verdana,sans-serif;"><span style="font-size: x-small;">foto di scena GABRIELE GELSI</span></span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: Verdana,sans-serif;"><span style="font-size: x-small;">aiuto regia FRANCESCA DI SANTO progetto grafico ORSOLA DAMIANI</span></span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: Verdana,sans-serif;"><span style="font-size: medium;">regia NICOLA PISTOIA e PAOLO TRIESTINO</span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana,sans-serif;">Venerdi sera. Il laboratorio è già chiuso. Un’infermiera gentilissima consegna ugualmente le analisi. “Non lo dica a nessuno, mi raccomando”.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana,sans-serif;">Analisi che possono decidere il futuro.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana,sans-serif;">Sabato, bella giornata. Un uomo pesca sull’Aniene. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana,sans-serif;">Trote. Perché ormai sono rimaste solo quelle. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana,sans-serif;">In lontananza Roma e la sua fretta. Roma ed i suoi figli di oggi. Roma ed i sogni di chi crede che una seconda possibilità nella vita ci sia sempre.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana,sans-serif;">Dopo “MURATORI”, “GRISU’. GIUSEPPE E MARIA” e “BEN HUR&#8221;, ecco ancora insieme Triestino e Pistoia in questa nuova commedia scritta appositamente per loro da Edoardo Erba. Una storia a tratti esilarante, a tratti amara, a tratti dolce, impaurita ed inaspettata. Come la vita.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em><strong>Prezzi: da € 30 a € 20 </strong></em></span></span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri,sans-serif;"><span style="font-size: x-small;"><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em><strong>Orari: dal martedì al sabato ore 21, 2° mercoledì ore 17, sabato ore 17 e 21, domenica ore 17,30 </strong></em></span></span></span></span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Collisioni  La cultura sopra ogni cosa</title>
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		<pubDate>Thu, 31 Mar 2011 16:01:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Torzolini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[C’è chi giurerebbe che il polpettone di cultura low-cost troppo spesso rifilatoci sia esattamente ciò che abbiamo ordinato. Peccato che il processo globale non tenga conto di fiammelle pilota che, indirizzate nel verso giusto, sarebbero in grado di provocare un “incendio culturale” incline al contagio: patologiche e forse non altrettanto remunerative del fast-food, tese verso il bisogno di qualcosa che non si focalizzi sul tornaconto finanziario, garantiscono tuttavia un maggiore “ritorno qualitativo”.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Luca Torzolini e Giorgia Tribuiani</p>
<p style="text-align: right;">foto di Gianfranco Mura</p>
<p><a href="http://www.collisioni.it">www.collisioni.it</a></p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter  wp-image-5132" title="Collisioni 2010 - Foto di Gianfranco Mura 4" src="http://www.re-volver.it/wp-content/uploads/Collisioni-2010-Foto-di-Gianfranco-Mura-4.jpg" alt="" width="558" height="372" /></p>
<p>C’è chi giurerebbe che il polpettone di cultura low-cost troppo spesso rifilatoci sia esattamente ciò che abbiamo ordinato. Peccato che il menù non presenti alcuna variazione. La verità, in fin dei conti, è che una produzione culturale da fast-food, con menù unico, comporta un dispendio di energie molto minore per chi è dalla parte dell’offerta.</p>
<p>Economie di scala.</p>
<p>Peccato che il processo globale non tenga conto di fiammelle pilota che, indirizzate nel verso giusto, sarebbero in grado di provocare un “incendio culturale” incline al contagio. Patologiche e forse non altrettanto remunerative del fast-food, tese verso il bisogno di qualcosa che non si focalizzi sul tornaconto finanziario, garantiscono tuttavia un maggiore “ritorno qualitativo”.</p>
<p>Nella stessa direzione si muove la “fiamma” Collisioni.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter  wp-image-5134" title="Collisioni 2010 - Foto di Gianfranco Mura 3" src="http://www.re-volver.it/wp-content/uploads/Collisioni-2010-Foto-di-Gianfranco-Mura-3.jpg" alt="" width="536" height="357" /></p>
<p><strong>Filippo Taricco</strong>, organizzatore dell’evento, è un uomo diretto e cordiale. Nonostante la nostra giovane età ci invita ad assistere alle esibizioni artistiche dell’evento, concedendoci la possibilità di intervistare personaggi di rilievo nell’ambiente culturale italiano ed internazionale. Così, in soli tre giorni, riusciamo ad appuntare impressioni e pensieri di <strong>Lucio Dalla</strong>, <strong>Gino Paoli</strong>, <strong>Riyoko Ikeda</strong>, <strong>Dan Fante</strong>, <strong>Paolo Rossi</strong> e molti altri autori interessanti.</p>
<p>Ogni evento è vissuto nell’area circoscritta di Novello. A piedi, nell’area di un chilometro, si viaggia tra eventi musicali e teatrali nella grande piazza principale, interviste radiofoniche che si svolgono in piena strada e il mistico raccoglimento in una chiesa, dove la voce di Riyoko Ikeda accompagnata dall’organo dimostra che, se lo vuole, una sceneggiatrice di fumetto si può trasformare in una cantante lirica di fama internazionale.</p>
<p>L’atmosfera dell’evento è rara, quasi al di fuori del tempo, e tanto è il piacere di prendervi parte quanto quello di darvene adesso un assaggio.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter  wp-image-5135" title="Collisioni 2010 - Foto di Gianfranco Mura 5" src="http://www.re-volver.it/wp-content/uploads/Collisioni-2010-Foto-di-Gianfranco-Mura-5.jpg" alt="" width="536" height="357" /></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Rappropriamoci dell&#8217;arte!  Intervista a Filippo Taricco</title>
		<link>http://www.re-volver.it/2011/rappropriamoci-dellarte-intervista-a-filippo-taricco/</link>
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		<pubDate>Thu, 31 Mar 2011 15:54:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Torzolini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’idea di Collisioni è stata prima di tutto una grande sfida. Quando ci siamo trovati e abbiamo deciso di farlo c’era un profondo malessere nel mondo della cultura, dell’associazionismo e soprattutto in quello dei lettori; nel mondo di persone autentiche come i miei amici di Alba e quelli espatriati da Alba.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Giorgia Tribuiani e Luca Torzolini</p>
<p style="text-align: right;">foto di Gianfranco Mura</p>
<p style="text-align: left;"><img class="aligncenter size-full wp-image-5124" title="Filippo Taricco - Foto di Gianfranco Mura" src="http://www.re-volver.it/wp-content/uploads/Filippo-Taricco-Foto-di-Gianfranco-Mura.jpg" alt="" width="850" height="567" /></p>
<p><strong>Come e quando è nata l’idea di dar vita al festival Collisioni?</strong><br />
L’idea di Collisioni è stata prima di tutto una grande sfida. Quando ci siamo trovati e abbiamo deciso di farlo c’era un profondo malessere nel mondo della cultura, dell’associazionismo e soprattutto in quello dei lettori; nel mondo di persone autentiche come i miei amici di Alba e quelli espatriati da Alba.<br />
C’era il modello del Premio Grinzane Cavour e abbiamo fatto Collisioni lavorando in antitesi a quel modello. Non ci piaceva l’idea di un festival di letteratura elitario, dove è necessario un invito per partecipare e dove si trova solo una cultura di tipo accademico. Lo trovavamo sbagliato, vecchio, legato agli anni ’80. Il Premio Grinzane ci aveva lasciato l’idea che il libro fosse qualcosa di estremamente noioso e sorpassato.</p>
<p><strong>Da chi è composto lo staff?</strong><br />
Il bello di Collisioni è che lo staff si arricchisce ogni anno di nuovi elementi, spesso gli stessi autori che hanno partecipato nelle edizioni precedenti. Per esempio <strong>Hari Kunzru</strong>, uno tra i più promettenti autori inglesi contemporanei e nostro ospite lo scorso anno, ha collaborato con passione all’ideazione artistica del cartellone del 2011. Poi ci sono artisti, giornalisti, scrittori come <strong>Antonio Scurati</strong>, <strong>Emilio Targia</strong>, <strong>Piero Negri Scaglione</strong>, <strong>Sergio Dogliani</strong>, <strong>Valerio Berruti</strong>. E naturalmente i volontari, che devo ringraziare davvero per l’entusiasmo che mettono sempre nel loro lavoro: da <strong>Paola Eusebio,</strong> che si occupa dell’organizzazione e del Progetto Giovani (uno dei progetti di maggior interesse del festival, che prevede l’ospitalità di più di 200 ragazzi da tutta Italia), a <strong>Serena Anselma</strong>, <strong>Gianluca Lovisolo</strong>, <strong>Fabrizio Davico</strong>, <strong>Antonio Spampanato</strong> e i moltissimi altri volontari che da tre anni sostengono moralmente l’iniziativa e continuano a crederci. Senza di loro Collisioni non esisterebbe.</p>
<p><strong>Quali sono i criteri che utilizzate per selezionare gli artisti?</strong><br />
Gli artisti che chiamiamo sono innanzitutto autori di eccellenza, sia nel campo della letteratura sia in quello della musica. Quest’anno abbiamo l’onore di avere alcuni tra i maggiori scrittori internazionali viventi: da <strong>Paul Auster</strong>, a <strong>Salman Rushdie</strong>, a <!-- @font-face {   font-family: "Calibri"; }@font-face {   font-family: "Cambria"; }@font-face {   font-family: "Garamond"; }p.MsoNormal, li.MsoNormal, div.MsoNormal { margin: 0cm 0cm 10pt; font-size: 10pt; font-family: "Times New Roman"; }div.Section1 { page: Section1; } --> <strong>William Least Heat-Moon</strong><strong></strong>, a <strong>Hanif Kureishi</strong>; mentre per la musica il simbolo per eccellenza del rock italiano, <strong>Luciano Ligabue</strong>. Ovviamente sono tutti autori che hanno lasciato un segno profondo nella nostra sensibilità e che sono in grado di parlare a un pubblico di generazioni diverse, che s’incontrano, entrano in contatto tra loro e discutono di argomenti attuali. Naturalmente la letteratura è mescolata alla musica, gli scrittori dialogano con i musicisti e con gli altri artisti, creando prospettive diverse e traiettorie che possano suscitare riflessioni nuove nel pubblico.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-5125" title="Collisioni 2010 - Foto di Gianfranco Mura" src="http://www.re-volver.it/wp-content/uploads/Collisioni-2010-Foto-di-Gianfranco-Mura.jpg" alt="" width="850" height="567" /></p>
<p><strong>Chi, tra gli artisti, ha dato maggiore sostegno all’evento?</strong><br />
Ho già citato Antonio Scurati e Hari Kunzru, che ci hanno sostenuto molto, ma non sono i soli. Devo dire che tutti gli autori che sono intervenuti a Collisioni, anche durante la nostra rassegna annuale, ci hanno sostenuto: <strong>Paolo Rumiz</strong>, <strong>Vittorino Andreoli</strong>, <strong>Serge Latouche</strong>, <strong>Jonathan Coe</strong>, tutti sono rimasti davvero entusiasti della nostra iniziativa, perché si sono trovati di fronte a un pubblico numeroso e molto caldo; un pubblico di lettori accorso anche da lontano per ascoltare la loro voce. Questo ha dato loro una nuova energia e una grande soddisfazione.</p>
<p><strong>È stato difficile convincere a partecipare personalità internazionali come José Saramago, Riyoko Ikeda o Abraham Yehoshua?</strong><br />
Più che difficile, lungo. Soprattutto per quanto riguarda l’autrice di Lady Oscar, Riyoko Ikeda, che abbiamo contattato molti mesi prima della manifestazione. In generale, la programmazione inizia diversi mesi prima: spiegare il nostro progetto, complesso e molto particolare, richiede tempo ed energie, ma alla fine il lavoro ci ha sempre dato dei grandi risultati.</p>
<p><strong>Il pubblico è riuscito a interagire con loro?</strong><br />
Certamente. Gli incontri prevedono sempre un intervento del pubblico con domande agli autori. Anzi, spesso abbiamo dovuto escludere delle domande per mancanza di tempo. In generale, comunque, l’atmosfera rilassata della manifestazione e del paese di Novello rende i nostri ospiti sempre più allegri e disponibili al contatto diretto con la gente, anche al di fuori degli interventi veri e propri.</p>
<p><strong>Com’è stato accolto l’evento in Italia?</strong><br />
Abbiamo avuto spettatori da tutto il territorio nazionale, molti ne hanno approfittato per fare un weekend in Langa. Il festival ha anche attirato l’attenzione di giornali e testate nazionali.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-5126" title="Collisioni 2010 - Foto di Gianfranco Mura 2" src="http://www.re-volver.it/wp-content/uploads/Collisioni-2010-Foto-di-Gianfranco-Mura-2.jpg" alt="" width="850" height="567" /></p>
<p><strong>In molti giustificano un’offerta culturale qualitativamente scarsa con una presunta domanda altrettanto bassa da parte del pubblico. Collisioni invalida questa tesi: com’è stato possibile coniugare la realizzazione di un evento “intellettuale” con un ampio successo di pubblico?</strong><br />
Questo è stato possibile con l’azione di coinvolgimento del territorio, l’atteggiamento aperto e collaborativo con qualsiasi realtà e associazione interessata a creare un sistema di rete, dove mettere in campo competenze e aiutarsi vicendevolmente. È importante, poi, non dimenticare i giovani, che se coinvolti possono dare un apporto rilevante alla cultura. Il grande lavoro che è stato fatto da Collisioni è stato aggregare persone, mettere insieme nello stesso cartellone nomi della letteratura e della musica più o meno popolari, non limitarsi a parlare linguaggi accademici, ma puntare sulla diffusione e sulla qualità allo stesso tempo; e soprattutto, avere stima del pubblico. Trovare seicento persone davanti a un teatro per ascoltare un incontro letterario suona quasi incredibile, ma dimostra come le persone non abbiano affatto smesso di leggere e di pensare.</p>
<p><strong>Che ruolo ha avuto il web nella promozione del festival?</strong><br />
I canali web sono stati molto importanti per noi e per la nostra diffusione. Soprattutto perché, avendo un budget sempre ristretto, sono i mezzi più economici e più seguiti dalla gente e dai giovani. Sono facilmente aggiornabili e, specie i social network, sono un ulteriore mezzo di aggregazione e coinvolgimento diretto delle persone.</p>
<p><strong>Può anticiparci qualcosa sul prossimo festival e suoi personaggi che saranno presenti?</strong><br />
Ho già citato alcuni nomi, ma ne voglio svelare altri. Prima di tutto voglio ricordare che il concerto di <strong>Caparezza</strong> si terrà venerdì 27 maggio come apertura del festival, anticipato da un dialogo tra il cantante pugliese e <strong>Don Ciotti</strong>. Poi ci sarà il dialogo tra <strong>Francesco Bianconi</strong> e <strong>Paolo Giordano</strong>, l’intervento di <strong>Paolo Nori</strong>, <strong>Maria Luisa Busi</strong>, <strong>Enrico Ruggeri</strong>, <strong>Elio</strong>, del grande regista premio Oscar <strong>Michael Cimino</strong>, <strong>Luciana Littizzetto</strong>, <strong>Roy Paci</strong> e di molti altri ancora che potrete scoprire sul nostro sito. Non dimentichiamo i duecento ragazzi del Progetto Giovani, che ci raggiungeranno da tutta Italia, per festeggiare sui nostri palchi il 150° anniversario dell’unità italiana.</p>
<p><strong>A cosa punta l’evento in futuro?</strong><br />
Naturalmente puntiamo a migliorare la nostra offerta culturale, a coinvolgere quanta più gente possibile e a creare un movimento di libero pensiero che scardini categorie culturali e mediatiche dalle quali ormai ci sentiamo sempre più ingabbiati.</p>
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		<title>Bocca per bere, bocca per recitare  Intervista a Vincenzo Costantino “Chinaski”</title>
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		<pubDate>Thu, 31 Mar 2011 14:58:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Torzolini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Appena ho imparato a scrivere mi è interessato subito mettere su carta le emozioni, anche quelle infantili. Credo sia una cosa che nasca da dentro. Per quanto riguarda i reading, invece, ho iniziato in maniera casuale: non avevo nessuna intenzione di diventare performer di quello che scrivo, tuttavia ho sempre amato la tradizione orale e quando mi son trovato per caso con Vinicio Capossela a recitare i versi di John Fante]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Hanry Menphis e Giorgia Tribuiani</p>
<p>Intervista realizzata nell&#8217;ambito del festival Collisioni (<a href="http://www.collisioni.it">www.collisioni.it</a>)</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-5090" title="vincenzo Chinaski 1 - Foto di Luca Torzolini" src="http://www.re-volver.it/wp-content/uploads/vincenzo-Chinaski-1-Foto-di-Luca-Torzolini.jpg" alt="" width="850" height="567" /></p>
<p><strong>Quando hai iniziato  a scrivere e quanto tempo ci è voluto prima che iniziassi a recitare i tuoi versi in pubblico?</strong><br />
Queste son due domande…</p>
<p><strong>Ne faccio due a due così fingo di farne la metà.</strong><br />
Ho iniziato da subito. Appena ho imparato a scrivere mi è interessato subito mettere su carta le emozioni, anche quelle infantili. Credo sia una cosa che nasca da dentro. Per quanto riguarda i reading, invece, ho iniziato in maniera casuale: non avevo nessuna intenzione di diventare performer di quello che scrivo, tuttavia ho sempre amato la tradizione orale e quando mi son trovato per caso con <strong>Vinicio Capossela</strong> a recitare i versi di <strong>John Fante</strong> abbiamo colto l’occasione per vedere che effetto avrebbero fatto i nostri scritti recitati. Mi è piaciuto, ho scoperto che potevo pagare le bollette: perché non andare avanti?</p>
<p><strong>Preferisci avere un lettore che si avvicini in maniera intima leggendo quello che scrivi oppure un ascoltatore che partecipi alla performance?</strong><br />
È uguale. Quando scrivo non penso a come sarebbe se le raccontassi io o se le leggesse qualcuno. Le mie emozioni sono le mie emozioni, mi piace l’idea che chiunque legga o ascolti le trasformi in sue.</p>
<p><strong>Chi sono i tuoi maestri?</strong><br />
Il più grande maestro è <strong>Cesare Pavese</strong>. Amo molto <strong>Emanuel Carnevali</strong>, come tanti altri autori italiani dimenticati, ma anche <strong>Dostoevskij e</strong> l’<strong>Hemingway</strong> poeta. Mi piace spulciare.</p>
<p><strong>Vincenzo Costantino e Chinaski sono la stessa persona?</strong><br />
Certo, è solo uno pseudonimo che mi diedero da ragazzino, dato che già allora bevevo molto. Bevevo e scrivevo: l’accostamento con <strong>Bukowski</strong> è stato immediato.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-5091" title="Vincenzo Chinaski 2 - Foto di Luca Torzolini" src="http://www.re-volver.it/wp-content/uploads/Vincenzo-Chinaski-2-Foto-di-Luca-Torzolini.jpg" alt="" width="567" height="850" /></p>
<p><strong>Come vedi l’attuale disfacimento culturale in Italia?</strong><br />
Vuoi un suono gutturale come risposta?</p>
<p><strong>Andrebbe benissimo, purtroppo l’intervista sarà scritta…</strong><br />
Ti dico solo una cosa: l’Italia in questo momento si merita <strong>Federico Moccia</strong>.</p>
<p><strong>Quindi è la domanda a stuzzicare l’offerta?</strong><br />
Il lettore intelligente fa il buon scrittore, non il contrario. Se uno scrive bene ha buoni lettori, se uno scrive male ha pessimi lettori.</p>
<p><strong>Progetti nell’immediato?</strong><br />
Ad ottobre è uscita una mia raccolta di poesie e racconti brevi: <em>Chi è senza peccato non ha un cazzo da raccontare.</em></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Mettetevi comodi e chiudete gli occhi!  Intervista a Il Teatro degli Orrori</title>
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		<pubDate>Thu, 31 Mar 2011 14:34:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Torzolini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il Teatro degli Orrori potrebbe essere il modo più crudo per definire la storia degli ultimi decenni di questo paese e sono certo di non esagerare. Il Teatro degli Orrori potrebbe essere il titolo di un romanzo gotico ristampato nei nostri giorni, oppure il nome di una tela di Hieronymus Bosch, ma in questa sede è soltanto il nome di una vulcanica rock band emergente che ho potuto ammirare qualche sera fa in un esaltante live a Parabiago (Milano).]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em>Il Teatro degli Orrori</em> potrebbe essere il modo più crudo per definire la storia degli ultimi decenni di questo paese e sono certo di non esagerare. <em>Il Teatro degli Orrori</em> potrebbe essere il titolo di un romanzo gotico ristampato nei nostri giorni, oppure il nome di una tela di Hieronymus Bosch, ma in questa sede è soltanto il nome di una vulcanica <em>rock band</em> emergente che ho potuto ammirare qualche sera fa in un esaltante live a Parabiago (Milano).<br />
La ragione principale che mi spinge a parlare di questi musicisti non risiede tanto nella loro capacità musicale quanto nell’aver proposto una forma alternativa di veicolazione del suono: il progetto musicale de <strong>Il</strong> <strong>Teatro degli Orrori</strong><em> </em>ha solide fondamenta e intenti ben definiti circa l’utilizzo della teatralità come tecnica di amplificazione del linguaggio musicale.<br />
Prima di proseguire è doveroso presentarvi la formazione attuale del gruppo: <strong>Gionata Mirai</strong> (chitarra-voce), <strong>Francesco Valente</strong> (batteria), <strong>Pierpaolo Capovilla</strong> (voce), <strong>Nicola Manzan</strong> (chitarra–violino) e <strong>Tommaso Mantelli</strong> (basso). La band attua un sapiente utilizzo del teatro per potenziare, e spesso sublimare, la parola; le pause, le pose stilistiche (affascinanti nei live) e i testi poetici di Capovilla formano un linguaggio parallelo alla musica che scolpisce puntualmente la natura dei brani. La voce di Pierpaolo Capovilla, la cui timbrica ricorda ai nostalgici <strong>Carmelo Bene</strong>, alterna un registro stilistico da puro frontman insieme ad un cantato pulito. Il testo in musica, generalmente subordinato al suono, ne Il Teatro degli Orrori diventa la linfa stessa della musica, dove ogni sonorità è incentrata a sottolineare la potenza del messaggio contenuto nel testo. Il suono esplode, commenta, culla, addolcisce e sopratutto scatena la poesia del testo, proprio come in una vera <em>pièce</em> condensata in pochi minuti, dove in parte vengono annullati gli stilemi tradizionali della canzone. Percussioni e chitarre lavorano freneticamente in partiture disparate, fatte di raddoppi improvvisi e arpeggi dolcissimi, supportati da grandi giri di basso. La distorsione del suono giunge a sbalzi tenebrosi, quasi ad accostarsi alle improvvise alterazioni vocali di Capovilla che prosegue a “narrare” la canzone da vero artificiere.<br />
Rivendico con forza la capacità de Il Teatro degli Orrori di essere tornata, come tanti gruppi del passato, a ricreare quelle atmosfere e quei stati d’animo ormai annullati dall&#8217;infame modo attuale di concepire la musica, quasi sempre un insieme di <em>dance</em>, costume e sterile tecnica strumentale. Dove è finita la trasfigurazione e l’effetto psichedelico che dava alle note quelle tinte così forti e visionarie nel suono? Non troverete una canzone de Il Teatro<em> </em>degli Orrori che non faccia del proprio suono un edificio poetico dove ammassare messaggi, sentimenti, allucinazioni e tensioni molteplici.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-5084" title="Il Teatro degli Orrori - Minimal Cinema 1" src="http://www.re-volver.it/wp-content/uploads/Il-Teatro-degli-Orrori-Minimal-Cinema-1.jpg" alt="" width="459" height="326" /></p>
<p>Il Teatro degli Orrori è ora in giro per l’Italia ad assolvere le date del loro tour estivo e per promuovere il loro ultimo lavoro: <em>A Sangue Freddo</em> (La Tempesta Records, 2009). Tra i vari impegni musicali il cantante Pierpaolo Capovilla ha gentilmente accettato di rispondere a qualche domanda.</p>
<p><strong>Ho notato nella tua voce una tecnica interpretativa che vuole scardinare il cantato tradizionale per potenziare il “come dire”<em> </em>piuttosto che il “dire”, quasi che il canto divenisse un fatto meramente linguistico. Ritieni che nella vostra musica sia essenziale procedere in questi termini?</strong><br />
Non parlerei di tecnica interpretativa, direi &#8220;attitudine attoriale&#8221;. Il fatto è che sono un pessimo cantante&#8230;<br />
Cerco sempre di immedesimarmi nelle canzoni e mi piace pensare che queste vivano di vita propria. Non io, ma esse, vivono sul palcoscenico, quasi fossero momenti di reale vita vissuta, superando la realtà della rappresentazione. Ecco, io non sono un cantante, sono un attore.</p>
<p><strong>All’inizio della vostra carriera avevate tutti un progetto differente che con il tempo si è amalgamato in un suono preciso, oppure qualcuno ha spinto più degli altri per trovare nel teatro la metafora vincente per una sonorità selvaggia e aperta a infinite suggestioni?</strong><br />
Non c&#8217;è dubbio che <strong>Giulio Ragno Favero</strong> ha sempre svolto un ruolo preponderante nella composizione, esecuzione e registrazione dei nostri dischi, ma sta di fatto che un &#8220;gruppo&#8221; è un organismo collettivo: è nella dialettica plurale che le canzoni vengono composte ed è questo il bello di &#8220;essere gruppo&#8221;, di condividere obiettivi, aspirazioni, speranze e ambizioni. Il capitalismo ci ruba la capacità di &#8220;fare insieme&#8221;; esser gruppo è quanto di più intimamente e poeticamente democratico esista.</p>
<p><strong>Perché hai scelto il <em>Théâtre de la cruauté</em><em> </em>di Antonin Artaud come scintilla ispiratrice per il gruppo?</strong><br />
Credo fermamente nella teoria del teatro di <strong>Artaud</strong>: il magnifico paradosso della rappresentazione più vera della vita stessa. Quando salgo sul palcoscenico finalmente vivo. Resuscito! Quando, invece, torno a casa a guardare la TV, o in ufficio a far di conto, o in fabbrica a menar bulloni muoio lentamente, senza neanche accorgermene. Quello che voglio da un concerto de Il Teatro degli Orrori è che il pubblico possa specchiarsi nel nostro spettacolo e portarsi a casa, non solo un semplice momento di intrattenimento e socializzazione, ma un pezzo, per quanto piccolo, di vera vita vissuta. Qualcosa che dura nel tempo e nel cuore.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-5085" title="Il Teatro degli Orrori - Minimal Cinema 2" src="http://www.re-volver.it/wp-content/uploads/Il-Teatro-degli-Orrori-Minimal-Cinema-2.jpg" alt="" width="459" height="258" /></p>
<p><strong>Quali sono state le difficoltà principali riscontrate nell’editoria musicale per pubblicare il vostro primo lavoro <em>Dell’Impero delle Tenebre </em>(aprile 2007)?</strong><br />
Non c&#8217;è stata alcuna difficoltà, al contrario! C&#8217;è stato grande interesse da parte di più operatori discografici. Abbiamo scelto La Tempesta per simpatia ed affinità elettive.</p>
<p><strong>Prendiamo in esame un ipotetico campione di vostri fans: credi che </strong><strong>la poesia dei tuoi testi sia più veloce e penetrante della musica stessa per le loro orecchie, considerando anche la singolare performance della tua timbrica?</strong><br />
Non c&#8217;è dubbio. Da quando canto in italiano mi accorgo di quanta amorevolezza venga indirizzata verso le parole delle mie canzoni, nelle quali molti, giovani e meno giovani (il nostro pubblico, grazie al cielo, è davvero intergenerazionale), si riconoscono e si immedesimano. Che soddisfazione!</p>
<p><strong>Che cosa è lesivo nella musica per quegli artisti che, come voi, tentano di affermarsi con le unghie e con il sudore?</strong><br />
La totale e sistematica indifferenza del legislatore nei confronti di tutto ciò che sia cultura. In altri paesi, come la Francia, lo stato ti da una mano. Qui no, mai. È uno schifo vedere un ministro dileggiare gli artisti, gli enti lirici, il cinema, i musicisti. Per l&#8217;attuale governo la cultura è un nemico da combattere, ma che ci vuoi fare? Con i Bondi, i Brunetta, le Gelmini e tutti gli altri ministri di questo miserabile esecutivo non si può far altro che collidere. Un giorno pagheranno, mi auguro, per il male fatto al paese.</p>
<p><strong>Pensi che l’Italia potrà, un giorno, superare o modificare i pregiudizi in fatto di avanguardie musicali? In altre parole: perché i virtuosi e i veri talenti devono fuggire da questo inferno mediocre?</strong><br />
Beh&#8230; io non fuggo. Resto, per Dio! Resistere è la mia parola d&#8217;ordine.</p>
<p><strong>In conclusione, Pierpaolo, credi che la poesia nella musica sia più estetica, etica o entrambe le cose?</strong><br />
Etica.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-5086" title="Il Teatro degli Orrori - Minimal Cinema 3" src="http://www.re-volver.it/wp-content/uploads/Il-Teatro-degli-Orrori-Minimal-Cinema-3.jpg" alt="" width="459" height="258" /></p>
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		<title>Sempre allegri bisogna stare  Intervsita alla Bandabardò</title>
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		<pubDate>Thu, 31 Mar 2011 14:26:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Torzolini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sono nati con l'obiettivo di portare sui grandi palchi il sapore delle chiacchere scambiate tra amici nei piccoli bar di paese, ma non immaginavano che ci sarebbero saliti presto su quei palchi, a diffondere tra le folle il desiderio di trasformare il mondo.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Sono nati con l&#8217;obiettivo di portare sui grandi palchi il sapore delle chiacchere scambiate tra amici nei piccoli bar di paese, ma non immaginavano che ci sarebbero saliti presto su quei palchi, a diffondere tra le folle il desiderio di trasformare il mondo. Lo hanno fatto cantando la rivoluzione con parole nuove, le parole di un poeta che indossa i panni del vecchio marinaio: Erriquez, un uomo maturo che porta negli occhi e nei concerti i sogni di quando era ragazzino.<br />
La Bandabardò è stata recentemente a Teramo per il concerto organizzato il 18 settembre 2010 presso l&#8217;area ex Villeroy, a cura dell&#8217;Associazione Federica e Serena, che prende il nome dalle due ragazze del teramano morte il 6 aprile 2009, vittime del terremoto aquilano. L&#8217;ente, fondato dai loro amici, si occupa di portare avanti le attività di beneficenza a cui lavoravano le ragazze stesse quando erano in vita, come organizzare eventi, il cui ricavo viene utilizzato per appoggiare la ricerca scientifica e sostenere le organizzazioni che si occupano di curare soggetti con difficoltà economiche.<br />
Quest&#8217;anno l&#8217;Associazione ha invitato la Bandabardò, ospite da tempo dei palchi teramani. La band ha pubblicato da poco l&#8217;ultimo disco: <em>Allegro ma non troppo</em>. Tra le novità l&#8217;ingresso nel gruppo di Ramon, alle percussioni e ai fiati. Nel proprio manifesto la Banda scrive: &#8220;Lottiamo per un mondo a misura di donna e di bambino e per vedere un giorno trionfare allegria e gentilezza&#8221;.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-5079" title="Bandabardò - foto di Adamo Di Loreto" src="http://www.re-volver.it/wp-content/uploads/Bandabardò-foto-di-Adamo-Di-Loreto.jpg" alt="" width="451" height="680" /></p>
<p>Re-volver ha intervistato Erriquez, lo storico leader della band.</p>
<p><strong>&#8220;Ritmo è vitalità&#8221; è uno dei tuoi versi più celebri e stasera la BB è qui per solidarietà. Durante la vostra esperienza, d&#8217;altronde, non vi siete mai tirati indietro dall&#8217;impegno sociale e culturale. La musica può trasformare questo mondo che vive di retorica?</strong><br />
La musica di una certo tipo, tra cui la nostra, deve ricaricare le persone. Deve regalare loro la voglia di sognare, di guardare il futuro con la schiena dritta. Deve regalare la voglia di vivere sentimenti come la malinconia, che sono bellissimi, ma di cui spesso la gente ha paura.</p>
<p><strong>Quando è nata la Bandabardò?</strong><br />
Stiamo per compiere 18 anni. Siamo nati l&#8217;8 marzo del &#8217;93: una lunga vita e una lunga esperienza. La BB è stata la nostra vita, abbiamo fatto più di 1200 concerti e non è ancora finita.</p>
<p><strong>Avete una lunga storia ed un seguito enorme. Tanto quanto i rave party, ma mentre con voi le persone si innamorano, ai rave è tutto completamente diverso. Cosa cambia? Sarà la poesia delle vostre canzoni?</strong><br />
Ai rave ci si va per drogarsi ed io non voglio giudicare, mentre ai nostri concerti ci si viene per ballare. Indubbiamente si tratta di due situazioni completamente diverse: nei nostri concerti c&#8217;è un giocare tra noi e il pubblico, che si sente partecipe del concerto stesso. I rave stanno diventando un problema, come sta diventando un grosso problema l&#8217;abuso di droga in Italia, un paese invaso dalla cocaina e dalle sostanze chimiche. Sono droghe sbagliate, sono droghe di destra, sono droghe e basta. Quindi vai a ballare, ma non distruggerti, perché di vita ce n&#8217;è una. A diciottanni non avrei mai pensato di dire una frase del genere, ma è una santa verità.</p>
<p><strong>Dal vostro primo album, <em>Circo mangione,</em> ad <em>Ottavio, del 2008,</em> quant&#8217;è cambiata la vostra musica?</strong><br />
È cresciuta, perché abbiamo imparato a suonare. Nei primi dischi si sente che siamo nervosi, viscerali, molto istintivi. Poi è cambiato il rapporto con lo studio di registrazione, che prima ci sembrava una prigione, una catena ai piedi di persone che volevano volare e che volevano cambiare posto ogni giorno. Oggi invece è un posto bello: quando abbiamo inciso <em>Ottavio</em> lo abbiamo coccolato come un bimbo e lui ci ha ricambiato. Una bellissima storia.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-5080" title="Bandabardò - foto di Adamo Di Loreto 2" src="http://www.re-volver.it/wp-content/uploads/Bandabardò-foto-di-Adamo-Di-Loreto-2.jpg" alt="" width="408" height="270" /></p>
<p><strong>Le vostre canzoni sono sempre ironiche, divertenti, mai superficiali e indubbiamente poetiche. Qual è il segreto della BB?</strong><br />
Più che altro è una gran fortuna. Siamo gli stessi componenti di diciassette anni fa, tranne che per l&#8217;ingresso di Ramòn, che ha portato alla Banda quella dose di ritmo caraibico che mancava. Fin dall&#8217;inizio ci siamo scoperti diversi e tra noi ci sono stati molti litigi, ma sempre costruttivi. Quei litigi necessari come ce ne sono nei matrimoni, senza mai mettere in discussione il seguito del rapporto. Se qualcuno fa un viaggio in furgone con noi pensa subito che ci odiamo, invece ci vogliamo bene come fratelli. C&#8217;è un rapporto diretto, senza mediazione e abbiamo avuto la fortuna di ritrovarci tutti insieme. Ci incrociamo per i nostri hobby, per i nostri gusti musicali, per il nostro amore per il tempo libero: siamo una&#8230; una famigliona e andiamo avanti così.</p>
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		<title>Note e pensieri tra le pagine del nuovo libro  Intervista a Enrico Ruggeri</title>
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		<pubDate>Thu, 31 Mar 2011 14:10:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Torzolini</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Enrico Ruggeri è un artista che fuga il pericolo contenuto nel detto: “non esistono domande stupide, esistono risposte stupide”. Con Enrico non esiste mai una risposta banale, anche quando la domanda sembra ovvia le sue risposte sono ricercate e mai simili tra loro. In questi mesi Enrico è uscito dal suo seminato abituale. Infatti, la prestigiosa carriera di cantante è stata affiancata dal suo primo romanzo, intitolato <em>Che giorno sarà</em> edito da Kowalski. L’ennesimo tassello della sua poliedricità: basti pensare che una delle canzoni più amate e cantate dalle donne, <em>Quello che le donne non dicono</em>, sia stata scritta da lui e dal chitarrista che con lui ha condiviso trent’anni di percorso musicale, <strong>Luigi Schiavone</strong>.</p>
<p>In occasione del “tour” di presentazione del libro è nata questa piacevole intervista.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-5067" title="Enrico Ruggeri - Foto di Mairold" src="http://www.re-volver.it/wp-content/uploads/Enrico-Ruggeri-Foto-di-Mairold.jpg" alt="" width="405" height="530" /></p>
<p><strong>Il tuo libro narra di un cantante che realizza una sola canzone di successo e poi sparisce dalla scena. Scrivere di Francesco Ronchi, il protagonista del romanzo, è stata una forma di esorcizzazione?</strong><br />
Sicuramente, l’arte è una forma di esorcizzazione. Io faccio spesso l’esempio di <strong>Foscolo</strong> che fa morire Jacopo Ortis per non suicidarsi, oppure dei bisticci tra fidanzati o delle preoccupazioni per un parente. Queste cose ti portano a scrivere canzoni su due che si lasciano o sulle persone che non hai più. Scrivere è il modo migliore per esorcizzare le proprie paure e conoscersi meglio.</p>
<p><strong>Hai detto che le bozze del libro, durante la sua stesura, sono state lette dal regista Fausto Brizzi. Se ne venisse fatto un film, che canzoni tue e non tue sceglieresti?</strong><br />
Di mie probabilmente non ne sceglierei, poiché questo libro è un po’ il contrario di me. Io non sono Francesco Ronchi, ma non sono nemmeno Paolo Europa (l’antagonista di successo ndr). Non ci sono personaggi riconducibili direttamente a me: parlo di un mondo degli anni ‘80 dal quale mi distaccai presto. Di canzoni non mie, forse sceglierei quelle delle meteore che attraversarono gli anni ‘80, gli eroi di una stagione.</p>
<p><strong>Tuttavia, in alcune parti emergi prepotentemente. Nei capitoli si dipana una descrizione abbastanza cinica della parte peggiore dello show-biz musicale, personaggi grotteschi che sono pronti a sbranare chi sogna il successo. È possibile fare associazioni e provare a immaginare che dietro i personaggi fittizi del libro si nascondano persone che davvero hai conosciuto?</strong><br />
Sì, ma non in maniera automatica. Nessuna persona della mia vita assomiglia precisamente a quelle descritte nel libro: sono immagini sovrapposte. In questo credo di aver lavorato molto bene; ho utilizzato delle caratteristiche umane costruendo come puzzle i vari personaggi.</p>
<p><strong>Alla luce di quanto hai descritto nel libro, come vedi il mondo della discografia italiana?</strong><br />
Adesso è un mondo più freddo. Forse ci sono meno cialtroni rispetto agli anni ‘80, ma è venuta meno anche questa forma grossolana di creatività. Cercare di lavorare più sul personaggio, oggi, è mordi e fuggi; in più la pirateria musicale ha creato un mondo in cui non si investe più con le risorse di prima, quindi i cialtroni nemmeno ci provano o restano subito confinati. Sicuramente era più romantico e meno cinico il mondo della musica degli anni ‘80. Oggi, con “Amici” e “X Factor”, le case discografiche vedono subito se il personaggio funziona e chi non funziona resta fuori; è tutto più asettico. Dai il disco alla radio, la radio non lo passa, fine della storia. Forse qualche personaggio del mio libro potremmo trovarlo, adesso, in qualche concorso canoro minore, ma le multinazionali fanno solo copia e incolla. Non per colpa loro, è il mercato che glielo impone.</p>
<p><strong>Vittorio Gassman diceva che per esprimere la propria arte bisogna prima di tutto accettare compromessi con i media. Pensi che sia così oppure godi di molta libertà espressiva? </strong><br />
Con i media devi interagire, volente o nolente. Al di là di questa intervista, che è molto piacevole, devi parlare con giornali che non leggeresti mai e andare in trasmissioni che non vedi. La comunicazione è abbastanza indiscriminata. Credo che sia dannoso il compromesso artistico, come anche cercare le amicizie, il giro che conta, l’appoggio giusto. Anche perché essere riconosciuti come liberi pensatori è una soddisfazione.</p>
<p><strong>In Italia sembra essere importante sapere da che parte sei schierato. L’autonomia di pensiero e di azione è cosa rara. Questo clima e questa esigenza di schieramento viene avvertito anche nel mondo della canzone? </strong><br />
È quella la vera prostituzione: andarsi a prendere l’applauso dicendo la cosa che è di moda e facendo il soldatino. Ho sempre evitato di far parte di uno schieramento: ogni volta è bello poter prendere una posizione a seconda di quello che ti suggerisce il tuo cervello.</p>
<p><strong>Tempo fa hai detto che se adesso esistesse un De André farebbe molta fatica a venir fuori. Cosa consiglieresti tu a un giovane per farsi largo nel mondo musicale?</strong><br />
Di battersi affinché cessi la pirateria su internet, perché riduce gli spazi e la libertà nel mondo musicale, che sono la sua salvezza. In secondo luogo, preferire sé stesso ai propri modelli e considerare la musica come una bella esperienza, sempre e comunque.</p>
<p><strong>Per una volta prova a essere presuntuoso, anche se non ti appartiene. Di cosa vai fiero?</strong><br />
Caratterialmente mi rende fiero il non abbattermi mai troppo per le sconfitte e il non esaltarmi troppo per i trionfi. Il fatto di non essere catalogabile artisticamente. Inoltre, mi sono tolto grandi soddisfazioni: la tournee con l’orchestra, quella acustica, da solo con piano e contrabbasso, da jazz folk con <strong>Alberto</strong> <strong>Guareschi</strong> e <strong>Davide Brambilla</strong> (ora fisarmonicista di <strong>Davide Van De Sfroos</strong>).</p>
<p><strong>Hai una profonda cura, non solo della musica, ma anche dei testi. La tua cultura è figlia di curiosità o è un retaggio familiare?</strong><br />
Tutte e due le cose. Probabilmente la gente curiosa ha più cose da dire. Mi piace leggere, è una bella avventura.</p>
<p><strong>Tra le tue canzoni e il repertorio altrui, c’è qualche brano che ti ha commosso particolarmente?</strong><br />
Ci sono canzoni mie che mi commuovono e che ho pudore di cantare: per esempio, <em>La medesima canzone</em> e <em>Vorrei</em> (l’una descrive un ospedale psichiatrico, l’altra racconta il momento in cui si sta per morire) le tengo per me. Non sono canzoni nate per essere passate in radio, chi ha voglia le ascolta su disco. Canzoni di altri che mi emozionano? L’album <em>Berlin</em> di <strong>Lou Reed</strong>: meraviglioso, uno degli imprinting del mio mondo musicale.</p>
<p><strong>Chi vedi attualmente tagliato per cantare una tua canzone? Per chi ne scriveresti una?</strong><br />
Non so risponderti. Le mie collaborazioni nascono in maniera informale, per amicizia o tramite un contatto. È stato così con <strong>Fiorella Mannoia</strong> e con <strong>Morandi</strong>; l’ultima mia canzone per <strong>Giusy Ferreri</strong> è nata perché ci siamo conosciuti, abbiamo fraternizzato e tutto è sorto per caso. Se leghi con una persona che fa musica può essere che poi si faccia qualcosa insieme.</p>
<p><strong>Con chi ti piacerebbe duettare, a parte le star che si sono succedute in <em>All in</em> (triplo album con una parte composta di canzoni in duo)? </strong><br />
Mi viene in mente mio figlio Pico, ma lui non vorrebbe e non è il caso. Mi direbbe di no e avrebbe ragione! Per cui non glielo chiederò mai.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-5068" title="Enrico Ruggeri e Luigi Schiavone - Foto di Mirabelli" src="http://www.re-volver.it/wp-content/uploads/Enrico-Ruggeri-e-Luigi-Schiavone-Foto-di-Mirabelli.jpg" alt="" width="420" height="280" /></p>
<p><strong>Quale cantante della tua città hai più ammirato? E in assoluto?</strong><br />
In assoluto <strong>Francesco De Gregori</strong>. Della mia città, <strong>Nanni Svampa</strong> (cabarettista e cantante), perché ha fatto l’ironia de <strong>I Gufi</strong> (gruppo di cabaret da lui fondato) e perché ha tradotto <strong>Brassens</strong>, dicendo che lo traduceva mentre altri non lo dicevano.</p>
<p><strong>Hai detto che rileggere il tuo libro, <em>Che giorno sarà</em>, prima di darlo alle stampe ti ha commosso, come convincere anche il pubblico che è un libro da leggere?</strong><br />
Prendo in prestito quello che mi ha scritto <strong>Dario Ballantini</strong>: questo non è il più bel libro che sia mai stato scritto nella storia dell’uomo, ma è un libro interessante e tratta temi attuali.</p>
<p><strong>Aggiungo io, con un finale totalmente imprevedibile.</strong></p>
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		<title>Japan Made in Italy</title>
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		<pubDate>Thu, 31 Mar 2011 14:01:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Torzolini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sfogliando riviste e settimanali che si occupano degli eventi culturali di Roma e passeggiando per la capitale, ci si rende conto che il Giappone è da tempo arrivato in Italia. La terra del sol levante affascina artisti e curatori, tant’è che in poco più di un mese due mostre distinte hanno raccontato il Giappone.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Marcello Arcesi</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sfogliando riviste e settimanali che si occupano degli eventi culturali di Roma e passeggiando per la capitale, ci si rende conto che il Giappone è da tempo arrivato in Italia. La terra del sol levante affascina artisti e curatori, tant’è che in poco più di un mese due mostre distinte hanno raccontato il Giappone.</p>
<p>Il 30 ottobre del 2010 è stata inaugurata <em>Tokyo Landscape</em>, mostra di fotografia e di scrittura. <strong>Antonio Saba</strong> ha disposto su grandi pannelli le immagini di Tokio, città simbolo di tradizioni millenarie e di un’economia modernissima e in continua evoluzione. Foto che descrivono soprattutto la gente: un elegante manager fra edifici di vetro e scintillanti; umili commercianti in piccole botteghe; adolescenti che spiccano nelle folle caotiche grazie a vestiti sgargianti. Le foto di Saba si caricano di maggior enfasi grazie alle parole che <strong>Gianluca Floris</strong> dedica a ogni scatto. Lo scrittore ferma l’attenzione sul rapporto intrigante tra le architetture e l’entità culturale, tra i colori e l’individuo.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-5059" title="Going places sitting down - Hiraki Sawa" src="http://www.re-volver.it/wp-content/uploads/Going-places-sitting-down-Hiraki-Sawa.jpg" alt="" width="510" height="386" /></p>
<p>Il Museo Carlo Bilotti di Roma ha offerto una prova affascinante dell’uso di segni diversi all’interno della mostra, una pratica ormai diffusissima che rimanda a quelle del movimento Fluxus, per il quale pittura, poesia, danza e musica dovevano essere gli elementi costituenti di un unico intervento artistico.</p>
<p>Il 7 dicembre 2010, il teatro Sala 1, centro internazionale d’arte contemporanea di Roma, ha messo in mostra nei propri spazi, e per la prima volta sui televisori di un negozio, la nona edizione del progetto <em>Videozoom</em>. La rassegna, dedicata alla video arte internazionale, intende promuovere il lavoro di giovani artisti provenienti dai paesi di tutto il mondo. Questa volta Sala 1 ha scelto il Giappone e si è affidata a <strong>Kenichi Kondo</strong> del Mori Art Museum di Tokyo per la selezione dei dieci artisti partecipanti. Scopo di <em>Videozoom: Giappone</em> è re-inquadrare il quotidiano, interpretarlo attraverso banali oggetti e analizzarlo tramite le azioni comuni che spesso sono sottovalutate, come nel caso di un pranzo tra un padre e una figlia, forse unico momento di un confronto serio e costruttivo durante la giornata di una vita frenetica (<em>Have a meal with FATHER</em>, di <strong>Mariko Tomomasa</strong>).</p>
<p>Con <em>Videozoom: Giappone</em> è stato rispettato il “credo” di <strong>Nam June Paik</strong>, precursore della video arte che afferma la necessità di un’arte contemporanea fatta per divertire. Nella mostra non manca poi la qualità espressiva e comunicativa dei giovani artisti.</p>
<p>Di particolare importanza è stato il tentativo di far uscire l’arte contemporanea dagli spazi canonici. Infatti, la galleria che da sempre si opera per il nuovo, ha deciso di “mandare in onda” i video anche all’interno di un grande negozio di elettrodomestici (Trony presso il centro commerciale Euroma 2). È chiaro il naturale legame tra la video arte e gli apparecchi televisivi; meno intuitiva ma altrettanto diretta è la relazione tra gli ambiti economici e lavorativi, che tanto influenzano le opere dal Giappone, e il luogo fisico dove si concretizzano i processi sociali e dell’economia del XXI secolo, cioè il centro commerciale (quello di Roma è, tra l’altro, uno dei più grandi del Sud Europa).</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-5060" title="Paint it Black, and Erase 280510 - Takehito Koganezawa" src="http://www.re-volver.it/wp-content/uploads/Paint-it-Black-and-Erase-280510-Takehito-Koganezawa.jpg" alt="" width="510" height="287" /></p>
<p>L’azione di portare l’arte contemporanea in un luogo diverso dalla galleria sembra seguire le intenzioni di<strong> Bill Viola</strong>, che ha dichiarato: “L’arte deve essere parte della vita quotidiana, altrimenti non vale la pena parlarne”.</p>
<p>Il futuro dell’arte risiede nell’evoluzione di linguaggi legati alla fotografia, alle videoinstallazioni e alle installazioni sonore; ciò che conta è che lo spettatore non si senta escluso da un’espressività troppo accademica o incomprensibile.</p>
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		<title>Impellizzeri va in scena. O forse no!  La nuova arte visiva.</title>
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		<pubDate>Thu, 31 Mar 2011 13:52:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Torzolini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’attuale panorama artistico internazionale assiste ad un ritorno dell’astratto, l’avanzare dei nuovi media (Sound e Video Art) e la persistenza della fotografia. In un simile scenario si colloca l’opera di Francesco Impellizzeri, artista visivo che negli ultimi vent’anni ha realizzato performance assai originali e cariche di messaggi, ricordando nei propri mezzi espressivi personalità che hanno lasciato il segno in quel contenitore che è la “Performing Art”.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>L’attuale panorama artistico internazionale assiste ad un ritorno dell’astratto, l’avanzare dei nuovi media (Sound e Video Art) e la persistenza della fotografia. In un simile scenario si colloca l’opera di <strong>Francesco Impellizzeri</strong>, artista visivo che negli ultimi vent’anni ha realizzato performance assai originali e cariche di messaggi, ricordando nei propri mezzi espressivi personalità che hanno lasciato il segno in quel contenitore che è la “Performing Art”.</p>
<p>L’elemento distintivo del suo fare artistico sembra essere la totale sottomissione del significante rispetto al significato, cioè del corpo rispetto ai concetti espressi più o meno consapevolmente. Infatti, nelle performance di Impellizzeri, tutte legate in qualche modo alla rappresentazione dei vizi umani, il corpo non è più manovrato dalla ragione, ma dall’istinto e dalle pulsioni più basse come la gola o la vanità.</p>
<p>Impellizzeri, pur lavorando con una pratica artistica ormai ben nota, rende la performance nuova e attuale: sembra attingere a quello che di fotografico e di multisensoriale c’è nell’arte contemporanea.</p>
<p>Significativa in tal senso è <em>Rinkoboy</em> (1997-2000), performance disarmante che mette a nudo una società troppo legata agli aspetti superficiali e velleitari di una vita spesso monotona e ripetitiva: si noti la ritualità nell’aprire i barattoli e quella nel romperli lanciandoli in un angolo della stanza, gestualità usata anche da  <strong>Jimmie Durham</strong> in <em>Domestic Glass Meets Wild Glass</em> (2006), dove l’artista, salito su una scala in alluminio, frantumò un centinaio di bicchieri; una performance che nelle intenzioni teatrali mirava ad ipnotizzare gli occhi e le orecchie degli spettatori, risultando opera importante in ambito sonoro oltre che performativo. In <em>Rinkoboy</em> la luce viene e va e in un’atmosfera psichedelica il “ragazzo-copertina” si muove con movimenti meccanici e sembra mettersi in posa come se l’opera fosse l’insieme di tante fotografie. Il personaggio di Impellizzeri apre i barattoli, assaggia il contenuto, infrange i barattoli vuoti e ripulisce la stanza con uno spandi-acqua: la metafora dell’essere umano medio. L’istinto, il peccato, il pentimento e il tentativo di purificazione sono riassunti dai gesti simbolici di <em>Rinkoboy</em>.</p>
<p><strong>Gilbert &amp; George,</strong> nel 1970, salirono su di un tavolo in giacca e cravatta, con le mani e il viso dipinti d’oro e d’argento, e lì sopra cantarono per cinque giorni, sette ore al giorno, la canzone popolare <em>Underneath the Arches</em>. L&#8217;obiettivo dei due era produrre un’arte di forte impatto comunicativo, intenta a superare i suoi tradizionali confini e ad analizzare in profondità la condizione umana. Impellizzeri si affida ad atteggiamenti simili: il travestimento e la critica alla società contemporanea. In Gilbert &amp; George, così come in Impellizzeri, il corpo svolge un ruolo importante: non rappresenta più l’artista, ma un personaggio, un messaggio o un ideale.</p>
<p>Alcune domande all’artista sulla performance e sulla sua attività aiutano a comprendere meglio la sua poetica.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-5050" title="Francesco Impellizieri" src="http://www.re-volver.it/wp-content/uploads/Francesco-Impellizieri.jpg" alt="" width="421" height="595" /></p>
<p><strong><em>Rinkoboy</em></strong><strong> oggi ha più di dieci anni ed è ancora attuale. Nel 1997 c’è stata una rivista o una trasmissione televisiva che ha ispirato la performance o è stata concepita in seguito ad un’attenta analisi della società dell’epoca?</strong></p>
<p>Tutti i miei personaggi nascono da un’ironica, ludica e critica elaborazione del “panorama” umano che ci circonda. <em>Rinkoboy</em>, nei suoi tratti fisici, nasce dall’incontro con un ragazzo visto in discoteca e da me “intervistato” sulle motivazioni del suo abbigliamento. A questo ho aggiunto altri concetti base della mia ricerca: i condizionamenti sociali, le difficoltà dialettiche, i pochi spazi per l’espressione dell’artista. Questa è una delle performance che preferisco. Inizia sottolineando, attraverso i tre fari dai colori primari, la mia formazione pittorica e poi sviluppa tutte le altre tematiche; nel frattempo la mia voce registrata dice: &#8220;non voglio più, non posso più&#8221;. Frase densa dei motivi prima accennati e anche del desiderio di non voler essere definito come “il performer che canta”. La musica è un elemento importante del mio lavoro, ho scritto diverse canzoni e ne ho arrangiate altre con la collaborazione di musicisti. Ma la musica è, come la teatralità, un elemento da me usato come la pittura e attraverso questi mezzi ho parlato di arte e religione, sessualità e diversità, politica e consumo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Se oggi Impellizzeri dovesse dar luogo a una nuova performance sarebbe più ispirato dal linguaggio di Gina Pane, cioè quello del corpo seviziato, o sceglierebbe una poetica in linea con quella di Luigi Ontani, ovvero l’artista del corpo narciso?</strong></p>
<p>Trovo inutile e fuori luogo proporre oggi il linguaggio delle performance degli anni 60/70, come rifare un’opera di tipo impressionista o futurista. Nel 1982 la mia tesi all’Accademia di Belle Arti di Roma è stata sulla &#8220;Body Art&#8221;. Quegli studi mi hanno permesso di capirne il percorso storico e poterne fare uno tutto mio. Il critico spagnolo <strong>Paco Barragan</strong> nel 2003 mi ha inserito nella mostra <em>Don’t call it performance</em> che dal museo Reina Sofia di Madrid ha percorso i principali musei spagnoli, terminando al museo del Barrio di New York.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-5053" title="Francesco Impellizieri 2" src="http://www.re-volver.it/wp-content/uploads/Francesco-Impellizieri-2.jpg" alt="" width="436" height="590" /></p>
<p>Quando Luigi Ontani ha visto le mie prime performance mi ha detto: &#8220;potrebbero confondere il mio lavoro con il tuo, ma tu sei ironico mentre io sono onirico!&#8221; I miei riferimenti sono la televisione, il cabaret e la pubblicità che, miscelati con tutta la storia dell’arte, dai graffiti al contemporaneo, buona dose di ironia e un gran senso critico,  danno vita ai miei tableau vivant. L’utilizzo del mio corpo non è comunque determinato da mero narcisismo, ma dal semplice utilizzo delle mie molteplici potenzialità espressive. Tra le numerose performance che ho realizzato, quasi un terzo sono corali, in cui sono state coinvolte dalle sei persone, come in <em>Desfilè: mannequin per nient</em>, alle cinquanta, nel caso di <em>Il tuo pensierino</em>. E’ chiaro che ho sfruttato anche la mia fotogenia, scoperta da bambino, che mi ha permesso di realizzare molti lavori fotografici prima dei miei studi artistici.</p>
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<p><strong>Perché un artista decide di non usare un pennello o una matita, ma il proprio corpo? Trasferire l’idea dal cervello alla mano non è sufficiente? E’ un limite?</strong></p>
<p>Chi ha visto la mia mostra al MLAC di Roma sui miei vent’anni di performance si è perfettamente reso conto che dietro ognuna di esse c’è un progetto: vestiti, scenografie, misure, musiche, spazi, costi ecc. Dopo le rappresentazioni nascono i grandi lavori fotografici, le cui cornici, a volte in tessuto dipinto o in legno, sono interamente realizzate da me. È più facile dire che delego agli altri poche briciole, poiché amo mettere le mani su tutto quello che produco. La preparazione di una performance richiede almeno due mesi di lavoro.</p>
<p>La mia produzione, dunque, non si limita alle performance, ma anche alla realizzazione d’installazioni, disegni e dipinti. Gli ultimi lavori sono delle tele di formato irregolare sul cui fondo bianco si spandono vortici di colori. Un testo dipinto con un font a pallini argentati dà regolarità al pezzo e dichiara le mie tematiche sotto forma di brevi poesie, la cui completa leggibilità è determinata da una particolare condizione luminosa.</p>
<p>Se alcuni artisti improvvisano le azioni o usano solo il corpo, questo non è il mio caso. Parafrasando la canzone di <strong>Joe Squillo</strong> e <strong>Sabrina Salerno</strong>, possiamo dire “Oltre le gambe c’è di più”!!!</p>
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